Castellina Marittima e le sue frazioni dall'Odoperico per le Colline Pisane di G. Mariti - 1795 - Lettere VIII-XI
LETTERA VIII
AERE ILLMI. D. LAUR. MED. MARC. CAST. A.D.
MDCXXXI TEMPORE BARTH. PRINCIVALLI ARCHIPTE (4)
Vi sono cinque altari cioè il Maggiore sotto il titolo della Decollazione di S.Giovanni ed è fatto di alabastro del Paese. A destra di chi entra in Chiesa vi è l'altare di S.Donnino e nella Cappella della Crociata da questa stessa parte osservasi un altro altare detto di S.Giuseppe e che è ornato di stucchi, fatto già edificare nel 1709 da un tal Giuseppe Micheli uomo del paese e, come si rileva dalla seguente iscrizione da leggersi nella parte anteriore sotto la mensa:
UT SUAE IN DEUM ET SUPEROS RELIGIONIS
AETERNUM POSTERIS MONUMENTUM RELINQUERET
HANC IOSEPH MICHELIUS EXIT ARAM
QUAM DIVO IOSEPH CONSACRAVIT
UT SIBI MORIENTI
IMMORTALEM IN COELIS VITAM OBTINEAT
ANNO SAL MDCCIX
Questo Micheli nel suo testamento lasciò un fondo che rende scudi cento annui da destinarsi in tante doti, cioè scudi 75 alle fanciulle di Castellina Marittima e scudi 25 ad una fanciulla di Chianni. (6)
La Cappella dall'altro lato della Crociata di rimpetto a questa è sotto il titolo della Madonna del Rosario ed è ugualmente lavorata a stucchi, e nella parte sinistra della Chiesa vi è un altare detto di S. Antonio da Padova. Non vi parlo delle pitture perché non hanno alcun merito. (7)
Da questa parte vi è altresì una porta laterale.
Nel Campanile che è a ventola (8) vi sono due Campane di ragguardevole grandezza, una piuttosto moderna. Non potetti averne le iscrizioni, solo vi dirò che la maggiore dicesi S.Giovanni e la seconda S.Caterina. (9)
La suddetta Chiesa ha il titolo di Arcipretura ma da quando in qua non saprei dirvelo e solo avrete osservato dall'iscrizione che è sull'urna battesimale che tale almeno lo era nel 1631.
Spetta la medesima alla diocesi pisana e l'ha data di libera collazione. E' annessa ad essa il Comune di Montevaso. (10)
Esistevi tuttavia la Congregazione di Carità secondo l'Istituto Leopoldino. Dai registri dell'Arcipretura potetti rilevare che dal 1770 al 1795 il numero delle anime di questa cura fu nel 1773 [minore] in cui furono 382 e il numero maggiore nel 1794 in cui aumentarono a 514. In quest'anno 1795 sono state 502. Nell'inverno cresce la popolazione di circa 80 - 100 individui forestieri che si fermano per poco tempo, ma questo è un aumento passeggero del quale non va fatto caso.
L'Arcipretura della Castellina confina a levante colla Pieve di Chianni e colla Chiesa curata di Miemo e Strido della diocesi Volterrana mediante il torrente Sterza che nasce nei Monti di Castellina. Da Mezzogiorno le resta la Pieve di S.Giovanni Evangelista di Riparbella. Da Ponente confina con la Pieve di S.Giovanni Batista di Rosignano, Via Maremmana o sia l'Emilia mediante. E da Tramontana la stessa Pieve di Rosignano, la Pieve si S.Stefano di Pomaja, torrente Marmolajo mediante, o la cura di S.Bartolomeo di Pastina. (11)
L'estensione della cura da Levante a Ponente è di circa dieci miglia e da Mezzogiorno a Tramontana è di cinque miglia. L'antica Chiesa Parrocchiale sotto il titolo di S.Giovanni, come si ha da una nota della Chiesa della Diocesi Pisana del 1371 era una suffraganea della Pieve di S.Stefano di Pomaja, da Mattei Hist. Eccl. Pis. T. 1 pag. 109. Ma rispetto all’ edifizio di essa vedremo altrove ove restasse anticamente. Questa fu già di Patronato della Comunità e Uomini della Castellina (12) e le sue entrate annuali di sacca cento di grano che si copulavano a scudi uno a sacca. (Arch. della Parte Stanza N° 1 Armadio retato cod. 47 a 91). (13)
Ma nel 1572 era già di collazione dell'ordinario e la sua rendita era allora se non di scudi 30 l'anno ossia sacca trenta di grano. (Ibi cod. 55 a 23) (14)
Io non ho trovato altre notizie che riguardino l’historia della suddetta Chiesa, questa la credo sepolta per ora nell'indigesto Archivio Arcivescovile di Pisa e nella noncuranza parrocchiale.
Dalla descrittavi Chiesa dell'Arcipretura si passò alla Piazza del Paese, [per] vedere un'altra Chiesa che resta lì a Settentrione; (16) di essa non rimangono ora se non le pareti che sono di cattiva costruzione essendo rovinate o piuttosto disfatte per far uso del materiale.
Questa la dicono la Vecchia Parrocchia perché aveva servito a tal uso. Nella sua origine peraltro fu questa una Chiesa conosciuta sotto la denominazione di S.Salvatore perché in essa si era voluto far rivivere la memoria e il titolo dell’ abbandonate e dirute Badie di tal nome delle quali parleremo altrove. Quindi con il successivo dell'antica Chiesa Parrocchiale di S.Giovanni della Castellina, servì in luogo di essa e fu detta allora S.Giovanni e S.Salvatore, essa [a] tal guisa si trova appellata sotto il dì 26 aprile 1598 in una Visita Pastorale dell' Arcivescovo di Pisa Carlo Antonio Pozzo. E servì a tal effetto fintanto che non venga edificata la nuova Chiesa Parrocchiale sotto il Titolo della Decollazione di S.Giovanni Batista della quale vi ho parlato più sopra. Essendo allora divenuta superflua per uso di Parrocchia fu convertita in una Compagnia laicale (17) la quale bensì era stata abbandonata anche prima della generale soppressione che fu fatta in Toscana di tutte le altre Compagnie. L’edifizio di questa di cui vi parlo era disposto da Ponente a Levante ma non perciò deve riguardar di antica data. Fu assicurato da vecchi del luogo , [si]come avevano una costante tradizione che tal edifizio prima che servisse ad uso sacro era già stato una Porcaja o stabulario del Paese. (18)
E invero esaminando la sua costruzione, particolarmente nella parte laterale che corrisponde sulla Piazza e che guarda il Mezzodì, si ravvisa costantemente della sua rozza e malpropria costruzione che non poteva in origine esser stata una Chiesa ma che solo il comodo e la disposizione di quella Fabbrica poteva aver consigliato di ridurla a uso sacro. Intanto descrivendone il suo presente stato, vi dirò che la soglia gli stipiti e l'architrave della porta che è in essere sono di Marmo bianco Pisano e sotto l'architrave vi sono due capitelli di ordine dorico che si vede aver già servito ad altre fabbriche. Sopra l'architrave vi è un quadro dello stesso Marmo bianco alto un braccio e largo due braccia e un terzo. Su esso si vede effigiato a mezzo rilievo la Figura del Salvatore a Sedere che tiene la sinistra al petto con un libro e la desta in atto di benedire coll'indice e il medio aperti e gli altri diti chiusi e nell'aureola che gli circonda il Capo sono tre Spicchi di Croce. Nei vi sono i geroglifici dell’evangelista tutti, con u libro e sopra l'Aquila un Agnello. Nel contorno del quadro si legge scolpito in lettere Majuscole alcune delle quali incise dentro all'altra:
OPUS QUOD VIDETIS BONUS AMICUS FECIT PRO EO ORATE (19)
Entrando in questa rovinata e profanata Chiesa esservi tutta sinistra, che vi era già stato il battistero che è quella urna di marmo bianco quale è ora nella Chiesa nuova e fra le macerie veddi una colonna di granitello bigio dell'Elba e altri pezzi di marmi, i quali avanzi di un antico edificio unitamente al bassorilievo di sopra rammentato, si vedrà altrove a qual’ altro edifizio avevano servito.
Tra queste medesime rovine veddi un pezzo di marmo di Carrara rotto in più luoghi nel quale leggevasi d'avanzo di una iscrizione come segue:
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . FECE FARE . . . . .PROPRI . . . . . . . CHIENA
. . . . . . . . . . . . . . . . .LA DOTO' DI SUP[PELLETTILI]. .SACRI
IL SIG. GIO GIUSPE ACCONCI ARCIPRETE DI D° L°
CON FACOLTÀ DATAGLI DAL SUD° ARCIVESCOVO
CI MESSE LA PRIMA PIETRA E FINITA LA BENEDISSE
IL DI XXIX MAGGIO MDCLXXXXII P°
Spettava la medesima a una Cappella o Chiesina che più non esiste in Paese, al titolo della quale era S.Giuseppe (20)
Non restando qui altro da osservare si torna verso la nuova Chiesa per vedere un acqidotto che resta in poca distanza da essa ed dal quale dovrebbe portare acqua alla Fontana Pubblica del Paese. (21) E’ il medesimo di moderna e dispendiosa costruzione ma è ridotto che è quasi inservibile all’oggetto preposto giacché non erano stati considerati tutti gli inconvenienti ai quali era esposto e cosi un’acquazzone sopraggiunto nel giugno passato l’aveva guastato ed in parte diruto. Detto corso è da Levante a Ponente, le acque sono limpide e buone e hanno le loro origini da un luogo del Poggio Corsino.
Sopra l’arco della Pubblica Fonte ed alla quale dovrebbe far capo la suddetta acqua si vede collocata una Chimera di Marmo Bianco di antica ma barbara scultura la quale, per quanto potessi congetturare, doveva aver servito con altra simile per sostenere o per servire d’arredo all’arco o all’architrave di qualche porta come si vede in alcune antiche fabbriche, esservi state collocate dei busti di leone, si vedrà altrove di dove esser questa, pure potesse essere stata tolto per collocarsi casualmente giù.
Tornammo quindi verso la Piazza e ascendemmo nel posto più eminente di [qu]ella Terra e a Maestro di esso in luogo detto il Castello ove è il Fortilizio che servì una volta per custodia e difesa del Paese ed insieme di Palazzo e di Tribunale. (22)
Adesso è in istato poco buono, o piuttosto in uno stato assolutamente cattivo. Vi sono le Prigioni
(23) e porzione del Palazzo che fu l’abitazione del Giusdicente e della sua corte.
Sulla porta principale di essa vi è scolpita in pietra serena l’Arma Medicea di maniera assai semplice sotto la quale leggesi:
COS. MED. IL DIE P° AGOS. M565 (24)
Tal edifizio non appartiene a quella data essendo una costruzione molto più antica dei tempi medicei, a credersi per certo fosse già stata della Repubblica Pisana.
Si andò di qui nella parte opposta sopra una spianata situata tra Libeccio e Mezzogiorno della Torre, (25) dalla quale si ha una vaga ed estesa veduta sui Monti Livornesi fino a Rosignano e sulla sottoposta Pianura della Valle della Fine, vedendoci lo sbocco in mare del fiume Fine da cui la detta pianura e valle ne prendono il nome.
Come pure si presentava ai nostri sguardi il nuovo Ponte della Fine che serve per comodo delle scarraie dei Cavalleggeri lungo il littorale a Levante di Livorno e qui si vede pure la Corsica, la Capraia e le altre adiacenti isole.
Avvicinandosi la notte si torna pure sulla Piazza della Castellina; questa e piuttosto grande ed è di forma quadrilunga essendo diretta la sua lunghezza da Levante a Ponente. (26) La costruzione delle case la rendono piuttosto malinconica al che contribuisce di più il suolo gabbroso sul quale è piantato il Paese. Le dette case sono senza intonaco e son fabbricate non tanto delli stessi verdi e cupi gabbri ma ancora di pietre calcarie, colombine e gialle le quali contribuiscono a rendere il Paese d’aspetto piuttosto triste, venendo aumentando questa poco gradita situazione dalla parte montuosa e boschiva che le resta a Levante.
Notai chi i giovinetti del Paese, contenti e di buon umore, se ne stavano a notte molto avanzata sulla Piazza in maniche di camicia e anche scalzi, cantando, chiacchierando e discorrendo nonostante io vedessi essere il Paese esposto a molta umidità per avere il mare allo scoperto da ponente ed avere a Levante quasi a cavaliere, degli alti monti ricoperti di boscaglia.
Seguitano a far ciò per tutto il mese di Ottobre e mi dissero che nell’estate ci passavano buona parte della notte. Io compresi che ciò doveva essere pregiudiziale alla salute, mentre per quanto le loro terre restino elevate non può esimersi dall’aria perniciosa della Maremma e credo che alcune malattie perniciose che in qualche anno regnano nel paese restano le loro origine dalla poca cura che ha questa gente nell’esporsi all’aria in ora inconvenienti dopo le faticose faccende della giornata. (27) Questa sera la passammo in conversazione presso il Sig. Arciprete Merossi parlando di vari oggetti interessanti il paese.
Dopo cena ci separammo da esso e andammo a riposare in Castello nell’abitazione già pretoriana, riservandomi di parlare ancora di questa Terra.
LETTERA IX
Se si riguarda la situazione della Castellina Marittima bisogna accordare a questo luogo una antichissima e molto remota origine, giacché ella è tale che non poteva essere scappata di vista al genio degli Etruschi e perciò fino dai tempi loro dovevasi essere stabilita già qualche piccola popolazione. Presto esamineremo anche gli indizi Etruschi [che] son restati di ciò.
Gli stessi Romani potrebbero aver avuto lì o nelle pendici qualche villa o la vicinanza della Via Emilia poteva aver facilitato l’idea di farne un luogo di delizia. Ma per immaginare tutto ciò non bisogna riguardare la Castellina e le sue pendici sotto questo aspetto che ci presentano oggi ai nostri occhi, giacché è facile a persuadersi che prescindendo dalla sua posizione tutto il rimanente deve aver mutato faccia per le tante vicende alle quali sono stati esposti quei luoghi e come tutti gli altri della Maremma che ne vengono in seguito di questo. E la sua vicinanza alla Via Emilia nei floridi tempi della Repubblica Romana poteva aver contribuito a rendere la Castellina un luogo assolutamente non oscuro, la ragione stessa, nell’invasione dei Barbari doveva averla esposta più comodamente alle loro rapine e devastazioni e incendi.
Ma pure per quanto desolate divenissero quelle contrade e che si convertissero quindi quasi in foreste, sempre si mantenne una qualche piccola popolazione. E sotto i Longobardi, (28) divenuta la Castellina un fondo di qualche loro signore dovette mantenersi e risorgere avendo quantunque però priva di libertà e sotto il giogo e l’oppressione di quei nuovi padroni. Avvicinandosi poi gradualmente ai tempi nostri si trova come questa Terra nel 1276 la comprarono i Pisani dal Conte Aldobrandino di Soana; Tronci Ann. Pis. pag. 232
il quale scrittore è dire che il contratto di quel tal compra è nell’Archivio delle Riformagioni di Firenze. (29)
Dovette appartenere allora al Governo delle Capitanie delle Colline Superiori di Pisa. Ugo o Ugone uno dei figlioli di Giovanni detto Bacarozzo, Conte di Montescudajo, nel 1345 era già signore della Castellina ed esso, come gli altri suoi fratelli, godevano della dignità di Vicari della Repubblica Pisana nella Maremma; ma da detto anno si ribellarono ad essa ed Ugo trasse nella ribellione anche il popolo di Castellina, come lo stesso fecero i suoi fratelli rispetto alle altre loro signorie. Ma presto tornarono all’obbedienza della stessa Repubblica Pisana.
La Castellina venne poi in progresso del tempo in potere della Repubblica Fiorentina e gli uomini del suo Comune nel sottoscrivere la sottomissione il dì 25 Gennaio 1405 ab Inc. (30) per mezzo dei suoi Sindaci e Procuratori che furono Antonio di Giovanni, Coscio di Giovanni e Chele di Matteino.
E si ha dallo Statuto Fiorentino del 1415 che queste terre insieme con alcuni altri Castelli era tenuta in segno di sudditanza e obbedienza di offrire annualmente alla repubblica Fiorentina un cero di Libbre dieci e fu assegnata al Governo del Vicario e della Podesteria di Rosignano.
Sembra che nell’anno stesso che i Fiorentini fecero l’acquisto di questa terra fosse loro concessa in Feudo ai Conti della Gherardesca (31) e in tal occasione la Repubblica si riservò il pieno dominio della Casa e Palazzo della Castellina. (32)
Lo strumento di questa concessione allegasi in un Motivo della Ruota Fiorentina dell’ 11 Agosto 1621, riportato al Libro dei Motivi sotto N° 112 a pag.157. E dall’Auditore Marco Antonio Savelli fra le risoluzioni nella Somma T.° 2° a pag. 82 e 85. (33)
Ed in una causa che in data 1621 vegliava tra il Conte Cosimo della Gherardesca Vescovo di Colle e i Conti Ugone e Ippolito da una e Eufersina Peruzzo, unica figlia del Conte Francesco della Gherardesca, dall’altra parte.
Quanto alla suddetta Casa e Palazzo si deve intendere per l’una e l’altra il Castello di cui sopra vi ho parlato nel quale era l’abitazione del Signore Giusdicente del luogo ed insieme la Corte di Giustizia.
Si mantenne la Castellina in appresso sotto il Vicariato di Lari per il criminale, quanto al civile fu trasferita dalla Podesteria di Rosignano a quella di Peccioli ma non so precisamente quando ciò seguisse o bensì che fu poi subentrata da questa quando nel 1628 fu eretta in Marchesato che fosse investito il Cavaliere e Senatore Raffaello de Medici Fiorentino, (34) essendo allora istato formato un Vicariato Feudale che comprendeva oltre alla Castellina, propriamente detta, la Tenuta delle Badie, Valdiperga o Valiperga, del Terriccio e dette a confine la Tenuta di Montevaso a Oriente, il territorio di Pomaia a Settentrione, il territorio di Rosignano a Occidente e quello di Riparbella a Austro.
Io che non ho potuto avere mai da questa casa dei Signori Medici Marchesi nota distinta dei loro antenati Marchesi di questo Feudo, mi contenterò di riportarvi in quella vece lo stato completo dei Giusdicenti dello stesso Feudo dalla creazione di esso nel 1628 fino all’anno 1793 che fu quello della sua soppressione.
Eccovi adunque la nota di essi:
1. 1628 Ser Jacopo Mannajoni
2. 1685 Mess. Giovan Battista Mazzoni
3. 1720 Ser Muzio Branchi
4. 1722 Ser Francesco Stocci
5. 1731 Ser Bartolomeo Branchi
6. 1737 Ser Pompeo Luchini
7. 1740 Ser Michelangelo Marchioneschi, dal 1740 fino a tutto Aprile del 1749,
suddetti giusdicenti ebbero il titolo di Commissario. Il suddetto Ser Michelangelo Marchioneschi proseguì poi in detto impiego di Giusdicente Feudale con il titolo di Vicario a tutto il dì 24 Maggio 1751.
8. 1751 Ser Francesco Cantini, cessò allora il Giusdicente di risiedere stabilmente nel Feudo ma i andava una o due volte al mese o quando le circostanze lo richiedevano.
9. 1753 Ser Filippo Cipollini
10. 1755 Ser Giuseppe Marchioneschi
11. 1757 Ser Michelangelo Marchioneschi
12. 1759 Ser Filippo Cipollini
13. 1761 Ser Domenico Andrea Piazzesi
14. 1763 Ser Michelangelo Marchioneschi
15. 1765 Ser Filippo Cipollini
16. 1767 Ser Pietro Arzilli
17. 1771 Ser Francesco Arzilli
18. 1773 Ser Pietro Arzilli, fu eletto nuovamente in Vicario ma non avendo i requisiti richiesti allora dalla Legge del Nuovo Compartimento dei Tribunali Provinciali fu incaricato Mess. Carlo Silvestri Vicario Regio di Lari e questi non potendo per la lontananza adempire esattamente all’incarico fu aggregato stabilmente il Feudo di Castellina a quello di Chianni ove era in quel tempo Vicario Ser Giuseppe Pagni.
19. 1775 Mess Scipione Papposchi
20. 1777 Mess Domenico Andrea Piazzesi
21. 1781 Mess Giuseppe Pagni
22. 1784 Mess Claudio Nozzolini
23. 1787 Mess Luigi Jacopini
24. 1793 Mess Claudio Nozzolini
In quest’anno fu eretta la nuova Podesteria composta dai popoli di Chianni, di Rivalto, di Montevaso e di Mele, Feudo dei Signori Marchesi Riccardi di Firenze, e dalla suddetta Castellina e da Riparbella smembrata dalla giurisdizione civile di Lari, ed in quest’anno ebbe termine il Marchesato della Castellina.
Avanti alla Legge de Feudi del 1749 il detto feudo, quanto all’economia era regolato dal Commissario Feudale che faceva le veci anche di Cancelliere, ma dopo la detta legge fu riunito alla Cancelleria di Lari.
E nel 1776, quando fu fatto il nuovo Regolamento per le Comunità della Provincia Pisana, la Castellina fu stabilita una comunità composta del solo Comune della Castellina, (36) come lo è presentemente. Il suo circondario comprende adesso i territori del Terriccio, di Valdiperga, della Farsica, delle Badie e della Vitalba. (37)
Diversi sono i botri e torrenti che scorrono per questo Comune.
Per Levante vi è il Botro alle Donne, il Botro Collorsi, (38) il Botro di Lavajano, e qui ha origine la Sterza. Da Ponente scorre il Torrente Pesciera; da Tramontana il Botro del Lavatojo (39) e da Mezzogiorno scorrono il Botro del Maceratojo altrimenti detto dei Mulini, (40) il Botro dell’ Asino, il Pescerino, il Gonnellino, l’Aquelta e il Torrente della Pesciera.
Per ora vi lascio, ma nella seguente continuerò a parlarvi di questa Terra.
LETTERA X
Quanto alla Diplomazia (41) spettante alla Castellina, scarse sono le notizie che ho potuto acquistare con le mie ricerche. Vi fo parte di quelle poche che ho potuto acquistare.
Trovo adunque nel 24 Maggio 1291 come donna Guida di Guidone calzolaio da Santa Luce delle Colline e vedova del fu Bonaccorso da Gello costituisce suo Procuratore Michele detto Chele del fu Ventura di Silano per eseguire le ragioni della sua dote. La Carta di tal procura fu fatta nella Castellina e più precisamente nella Villa (42) Pontratico della stessa Castellina in casa di Lamberto e Michele fratelli e figli del fu Arrigo; presente Bonifazio del fu Guasconi della Castellina e Bianco del fu Elso di S. Luce.
Sotto il dì 31 Luglio del 1304 trovo un confesso fatto da Paciano del fu Corsino, porcajo della Castellina a Giovanni del fu Bonaccorso di Chianni, cittadino Pisano di aver ricevuto certo bestiame per custodirlo e vegliarlo per un anno, dovendo percepire la metà degli utili. la carta fu fatta nella Castellina nella casa abitazione di Pane del fu Jacopo; rogata da Lando del fu Gallotta da Chianni presente e testimone Paniccio del q. Eco da Rivalto e Nino si Ser Lupo Notaro da Chianni. (43) Siccome anche i semplici nomi che appartengono ai vecchi tempi possono piacere e interessare i luoghi de quali io vi parlo, la qualcosa io vi feci osservare anche altre volte, perciò potrò soggiungervi che nel 17 Maggio del 1342 si trova un Martino della Castellina il quale confessa di aver ricevuto a mutuo da Neri del Comune di Vada, Lire due e soldi tre fino alla festa di S. Maria di agosto. Fatto nel Castello di Vada. Rogato Lenzo di Maso da Lorenzana.
Colino del fu Pietro da San Giusto in Caniccio (44) nel 16 Aprile 1396 da a locazione a Cosimo del fu Giovanni del Comune della Castellina due pezzi di terra con tre case poste nella Cappella di San Giusto in Caniccio. Fatto in Pisa, Rog. Pietro del fu Matteo da Forcoli.
In un lodo del 16 Marzo 1428 dato da Valano Dottor di legge del fu Maestro Domenico di Centi Cittadino Pisano, fra gli altri restavi interessato un Giuliano del fu Bergo della Castellina a nome di donna Nova sua moglie.
Ebbe la Castellina i suoi particolare statuti ma io non conosco se non quelli del 13 aprile 1545 quali sono molto ben distesi. (45) Si dice in essi che i confini della Bandita , luogo così detto, nella quale non dovevano stare se non bestie some e da giogo, venivano determinati dal Confine del Terriccio e dalle Badie, andando su per la Pesciola (46) della Verrucola fino al Ponticello di Magliano, ritornando al Confine del Terriccio suddetto e lì [si] proibisce di tagliare alberi fruttiferi cioè ghiandiferi, di dissodare o lavorare il monte, prendendo come primo confine la via che va a Montecatini, tirando per dirittura al confine della Mele (47) e Montevaso, venendo di poi dalla via dell’ Aja di Maria seguitando fino alla Castellina.
Si tratta in detti Statuti specialmente delle boscaglie, dell’acqua delle bestie, del Maestro di scuola, e anche del Barbiere atteso alla Castellina che era luogo di molte malattie. Faceva il Barbiere le veci di chirurgo.
Gli Statutari furono Giovanni di Giulio Neroni, cittadino Fiorentino, Tommaso di Chimenti e Pietro di Salvatore. Lo scrivano del Comune era un tal Cesare Antonio. Il suddetto Giovanni di Giulio Neroni, cittadino Fiorentino, abitante alla Castellina fu eletto a riscontrare i beni di quel Comune e fu anche stabilito che l’incanto di detti beni per dare a terratico fosse fatto a sume di contato [sic].
La Castellina era allora della Podesteria di Peccioli, Rogati furono i detti statuti da Francesco Riosci. Sotto il dì 11 Luglio fu fatta una nuova a questo statuto essendo statutario Antonio di Maestro Giovanni della Castellina, colla quale si proibisce di fare entrare i porci nei campi dopo la mietitura e segue per non pregiudicare alla povera gente che andavano a spigolare. Rogato lo stesso Notaro Riosci.
Trovo ricordata un’altra riforma con la data 23 ottobre 1570 essendo Governatore e statutario Tommaso di Chimenti di Biagio e Gostanzo d’Antonio di Giovanni, Rogato Marco Antonio Serrarigi.
Per parlarvi della Castellina anche rispetto alla sua agraria vi dirò come la qualità delle sue terre nel boscato de più alti monti è cretosa con pietre coltelline o galestrine e con dei gabbricci.
In situazioni più basse sono argillose e cretose ma più grasse e meno petrose. Le terre coltivate da pianta fruttifera sono cretose miste ma meno grasse di quelle che si osservano nel territorio di Pomaja che l’è a confine a Settentrione. Non manca qui pure una buona porzione di sodaglie isterilite: l’è vero che non si servono generalmente dell’opera de bovi per il loro difficile accesso disboscando senza fare dei novi appoderamenti e seminando il terreno sboscato senza arricchirlo di piante domestiche i terreni si snervano e diminuiscono per annali semente e così coltivano è vero ma non stabiliscono una vera e permanente coltivazione, per le stesse ragioni che vi dissi parlando di Gello Mattaccino in questo a 20 e seg.
Altresì [con] i disboscamenti fattevi dopo le comunitative allivellazioni (48) è molto aumentato il terreno da sementa ma per ora poco approfittano di quelle terre ed il Circondario della Castellina in proporzione della sua estensione, non ostante le aumentate coltivazioni, si può dire almeno per ora pochissimo coltivato. Questo luogo nell’intero suo circondario, in annate ubertose, raccoglie circa Barili 250 di olio piuttosto grasso, Barili 1000 di vino spiritoso e con del corpo ma salmastroso, sacca 2500 di grano rosso con dell’addurato ma facilmente vi entra la volpa d’altre sacca 1000 di grasce diverse.
I mercati ai quali portano ciò che loro avanza sono quelli di Peccioli e talvolta quelli di Pisa annessa per mezzo del Porto di Vada. Le frutta che vi sono servono per uso del Paese. Ristrettissimo è il numero di gelsi peraltro quei pochi che vi sono mostrano che vi vegeterebbero bene.
Vi è abbondanza di boschi ma vi son tenuti male atteso che la lontananza e soprattutto per la mancanza di strade non vi è comodo di farvi un esteso commercio. Al più in quella porzione di territorio spettante al Terriccio. Vi si esita il legname e il carbone e per uso della Ferriera di Cecina e per fuori dalla parte del mare servendosi del Porto di Vada.
Il bestiame tanto vaccino che cavallino parte lo tengono alla stalla parte al pascolo ed anche alla macchia senza stallare ed in sostanza non è di buon aspetto né questo né quello.
Ascendeva il medesimo a 500 vacche e 200 cavalli co loro redi. Vi sono inoltre 700 pecore e 800 capre paesane che vi tengono i possessori.
E fidano circa 800 capi di greggi pastorali estere. Vi sono alla Castellina costantemente circa 200 maiali e molti asini che vi è abbondante raccolta di ghiande; al Terriccio ne rimangano qualche numero da fidati esteri.
La somma maggiore dei Beni di questo Comune al 1776 era di scudi 24296.1.15 di lire 7 per scudo.
Nel circondario di questa terra vi è una Cava di Alabastro Bianco posta a Tramontana in luogo detto la Banditella e ne restano pure altrove, anzi la maggior parte del Territorio della Castellina sono alabastri e gabbri e specialmente a Levante vi sono dei gabbri scurissimi (49). Si trova nel suo territorio dei Diaspri Calcedoniosi di color grigio scuro ceruleo con venature porporinee e sono assai vaghi.
La Castellina è distante da Pisa circa ventotto miglia e ventuno da Livorno. Per la traversa a cavallo vi si contano solo diciotto miglia. Nella futura avrete al restante di questa gita.
LETTERA XI
Questa mattina 27 ottobre 1795 fatta una buona levata ci trattenemmo qualche poco sulla Piazza della Terra stando a veder caricare gli alabastri che i vetturali dovevano trasportare a Volterra. Osservai che i medesimi erano di una particolare candidezza. Mi fu detto che avevano in questo Paese una cava aperto anche i Signori Pisani di Firenze, abilissimi e ingegnosissimi sentori di essi.
Finalmente separatici dal Sig. Arciprete Merossi, che di buonissima ora era rivenuto a trovarci, partimmo dalla Castellina alle ore sette di questa stessa mattina avendo in nostra compagnia il Sig. Abate Mariano Lazzeri, prete del luogo, giovane molto vivace di buona società e intelligenza il quale volle condurci a piacimento per vari punti di quella campagna, poi procurarsi il vantaggio di gustare di certi colpi che la sua pratica e il suo buon gusto gli faceva giustamente valutare. Scendemmo dalla montuosa situazione della Castellina, poco dopo si arrivava ad una diruta Chiesa detta già S.Giovanni (50) che ci restava sulla destra e quasi sul ciglio della strada che si teneva che era da Levante a Ponente; trovai che di essa era rovinata la volta o tettoia e la facciata. Era tuttavia in essere la tribuna per oriente e porzione delle mura laterali. Fu già costruita al di dentro e al di fuori di pietre quadrate eccellentemente connesse ma si scarse che la medesima aveva sofferto delle restaurazioni quantunque però d’antichissima data. (51) A Mezzogiorno eravi già una porta laterale. Trovai esser lunga venticinque passi ordinari e larga circa dieci di essi. La costruzione della medesima la giudico nella sua origine del V-VI secolo (52); era essa l’antica Chiesa Parrocchiale della Castellina ed è quella che vi accennai a pag. 89 rammentata già come filiale della Pieve di Pomaja. Forse già qualche principio di rovina o la scomoda situazione dell’abitato della Terra la fece una volta abbandonare trasportandone l’uficiatura nell’altra Chiesa che era sulla Piazza della Castellina, essa pure adesso abbandonata in stato rovinoso come già a 80. Ma comunque si fosse questa Chiesa di S.Giovanni seguita a sussistere a guisa d’oratorio fino ai passati anni in cui il Granduca Pietro Leopoldo dette luogo alle profanazioni e disfacimenti di molte altre antiche chiese della Toscana senza aver avuto riguardo alla perdita di tanti preziosi monumenti sacri dei vecchi tempi. Il pietrame di essa essendo buono e ben quadrato serve quando il bisogno lo porta per impiegarlo in uso di altre fabbriche del Paese.
Di qui seguitammo il nostro cammino, si arrivò poco dopo ad un luogo detto Spicciano, terreno di macchia bassa e gabbrosa. Lasciammo allora i cavalli e salimmo un poco in alto a destra. Qui sulle pendici di alcuni terreni di attinenza del Sig. Lazzeri della Castellina vedemmo un Ipogeo Etrusco [che era] stato scoperto pochi anni avanti (53).
Non potemmo entrare in esso perché le piogge passate vi avevano introdotto dell’acqua ma osservammo che poteva essere della circonferenza di circa venti braccia; vi sono all’interno alcuni poggioli a guisa di sedili sui quali furono trovate urne cinerarie di terra di elegante forma che alcune lavorate a sgraffito ma semplici, altre con vernice nera e alcune dipinte e molti frammenti esistevano tuttavia sull’apertura dell’Ipogeo.
Le robe trovate qui mi fu detto che erano passate in Pisa presso il Signor Arcidiacono Niccolò Venerosi Pesciolini (54). Secondo la relazione avutasi sul luogo sono state qui scoperti altri dei detti Ipogei e presso lo stesso Signore Arcidiacono Pesciolini sonovi pure altre quisquiglie spettante a simile ricerca fatta la quale in questo luogo, consistenti in anelli d’oro, pendenti da orecchio e fibule. Se si riguarda il terreno e all’esposizione di quelle pendici parrebbe che qui dovessero esservi altri simili ipogei che fosse questo un lepotenoto o cimitero Etrusco spettante gli antichi abitanti della Castellina, in questo a 98.
Raccolsi qui della Malachite o Verde mortano disposto a vene irregolari e sottili in una pietra ollore nerastra.
Saliti di lì e più [in] alto e per un sassoso sentiero giunsi in un terreno alquanto piano ed ora coltivato ove si vedde esservi stati del fabbricato ma da tali avanzi nulla si può dire, vi dirò soltanto che il luogo dicesi Poggio al Santo che resta distante circa un miglio e un terzo dalla Castellina di dove eravamo partiti. Sembrerebbe adunque che qui potesse essere stato qualche Cappella, Chiesa od Oratorio o soggiorno di un eremita ma in sostanza non abbiamo di ciò nessuna memoria (55).
Lasciato Spicciano e il luogo detto Poggio al Santo e tornati sul nostro sentiero si arrivava in una via tutta prolicata nella Selenite in un fondo coltivato dal Sig. Abate Lazzeri, nostro compagno in questa gita, ove trovammo una cava di alabastro bianco (56) de quali sono abbondanti tutte quelle pendici come l’indica il terreno stesso ricca di Selenite per ogni dove.
Lasciata quella cava si scese per ripidissima e poca praticabile strada nel grosso torrente della Pesciera per il mezzo del quale trovammo molti massi isolati rotolati e staccati dalle pendici e pareti dei monti i quali sono nella maggior parte gabbri e pietre calcaree.
Il cammino per essa fu incomodo ma molto ameno e pittoresco, un luce incerta che domina sul suo fondo ombreggiato dagli alberi che bizzarramente piegavano sul letto di esso , il sibillare e l’incerto svolazzio di qualche uccelletto, un argentino mormorio delle poche acque ma che rapide scorrevano tra quei sassi; lo stesso cupo suono delle untie vetture ricompensarono abbastanza quell’aspro viaggio.
Saliti finalmente all’opposta parte arrivammo dopo fatta una brevissima strada in un terreno ricoperto do lecci fra i quali vedemmo le belle rovine della Chiesa e annessi di un’antica Badia il quale luogo dicesi le Due Badie (57) che resta a Libeccio della Castellina da dove è distante tre miglia.
Io comincerò qui a descrivere ciò che si vedeva di fabbricato. Quanto alla Chiesa il cui titolo era San Salvatore avvio già la sua descrizione da Ponente a Levante.
Era tutta fabbricata tanto internamente che esternamente di pietre grandi riquadrate e ben connesse e si scorge manifestamente che non fu mai intonacata nella parte interna.
La sua Facciata era divisa per buona parte dall’alto al basso da quattro semipilastri, su i capitelli dei quali posavano tre archi ciechi a buona proporzione di cerchio facendo così la figura di portico serrato. Presentemente è mancante della sua parte essendo rovinata la facciata fino all’angolo settentrionale restando in essere soltanto porzione dell’arco e architrave della porta con tutto il resto della facciata dalla banda di Austro.
I capitelli dei quattro pilastri sui quali andavano a posarsi i tre archetti dalle facciata erano di marmo bianco ma di forma irregolare e di gusto barbaro, quantunque però ricordavano i loro principi dell’ordine corinzio. In uno di essi e scolpito un angelo con un libro in mano, nel quale vi è impresso un pastorale e una mitra (58) che è quello che resta dell’ angolo australe. Nello specchio dirò così della facciata, da questa stessa parte che è quella che resta tuttora in essere vi sono incastonati e murati originariamente contemporaneamente alla fabbrica due capitelli di marmo di scultura assai antiche forse etrusca, uno dei quali è quadrato perché aveva servito a qualche pilastro, questo vi è stato murato come un angolo per cui sporta in fuori a guisa di triangolo essendo così restati visibili due lati di esso nei quali si veggono esposti delle figure gentilesche che forse come simili saranno impressi nelle altri due lati che restano incastrate nel muro.
L’altro capitello è tondo servito a qualche colonna, nella parte visibile di esso vi sono scolpiti degli animali volatili di quei che si dicono volgarmente Barbagianni di scultura antica e forse etrusca o esso dei tempi barbari (59).
E pure che abbia appartenuto all’altra parte oggi rovinata di questa facciata quella chimera che veddi alla Fonte Pubblica della Castellina in qo a 94. Gli archi della facciata sono di pezzi riquadrati di marmo bianco pisano sterzati con altri simili ma di gabbro come si rivelò da quello che è restato in essere a Austro e da una porzione di quello di mezzo. La porta era quadrata con un grosso architrave sul quale andava a posare un arco cieco ancora vedendolo composto di marmo bianco e di gabbro verde scuro. Pare certamente che spettasse alla parte superiore di questa porta il bassorilievo in cui è scolpito un Salvatore co geroglifici dei quattro evangelisti come in qo a 92 e dove si lesse incisa l’iscrizione: Opus quod videtis bonus amicu fecit, pro eo orate che adesso è posto sulla porta della rovinata Chiesa della Castellina. E alla stessa Chiesa delle Badie appartiene altro edifizio ad essa annesso pare che potessero aver già appartenuto anche gli altri marmi lavorati dei quali vi parlo a pag. 92.
Le mura laterali per le loro altezze sono in buona parte tuttavia in essere e per Levante restavi la sua tribuna ma tutto è in cattivo stato. L’alto dell’edifizio era contornato da un fregio di pietre e marmi a lavoro veriniculato (60), e di spazio in spazio vi erano dei capitelli di marmo bianco d’ordine corinzio che reggevano la gronda.
Il corpo della Chiesa era ripieno tutto di macerie, scalzando tra quelle rovine si potrebbe trovare forse qualche pezzo di marmo che ci somministrasse altre notizie rispetto a questo edificio che è già in rovina da diversi secoli in qua come lo dimostra la macchia che vi è nata dentro e i grossi lecci che l’hanno occupata in guisa veramente pittoresca e bizzarra. Fuori dalla Chiesa sulla destra vedemmo gettato lì come si suol dire un gran piatto o tazza tonda di breccia del diametro di circa braccia due ma poco fondo con una prominenza nel mezzo nella cui sommità vi è uno scavo quadrato come se avesse servito per porvi una statuetta o altra cosa e così sembrerebbe che la medesima fosse stata già per usi di dell’acqua santa, adesso è rotto nel mezzo e nella sua spaccatura è nato un leccio che non potendo molto alzarsi va in quella vede distorgendosi e ricoprendo la stessa tazza (61).
L’età di tal edifizio pare possa rimontare all’ VIII o IX secolo (62).
All’Austro di questa diruta Chiesa è unita ad essa, ma in situazione più bassa vi era un altro edificio che forse fu sacro ancor. Vi si ha l’ingresso per un bassissima porta perché l’entratura è ricolma dalle rovine e dalla terra. Il vuoto di questa fabbrica che è oggi affatto (63) scoperchiata è lunga braccia quindici e larga braccia otto. Nella parte interna e sulla porta per la quale vi ero entrato vi è un grosso architrave di marmo bianco, scultura di buoni secoli romani in cui, oltre una cornice ben intesa, vi sono intagliate tre metope oltre un lavoro di tarsia ripieno di porfido rosso. Vi sono restate lateralmente due capitelli antichi di ordine corinzio ma di lavoro rozzo e barbaro, che niente corrisponde con l’altezza colla quale è lavorato l’architrave. Questi sono simili a quelli che veddero alla porta dell’abbandonata e diruta Chiesa della Castellina a pag. 92 e i quali pare abbino ancora appartenuto a questo edifizio. A destra dell’entratura nel muro che resta ad Oriente e dove forse fu l’altare o qualche seggio abbaziale, vi è una divisione a tre archi a buona proporzione di cerchio. Quelli a destra e sinistra si partono dai muri laterali e vanno a posare nel mezzo su due colonne di granitello briantale bigio che formano il terzo arco e la terza divisione, e i capitelli di essi sono di marmo bianco e d’ordine grave e come si direbbe d’ordine toscano.
Non si potette sapere l’altezza di essa ma il loro diametro è di due terzi di braccio. Dico che non si potette prendere la misura della loro altezza perché questo luogo è ripieno di terra, di rottami, di pietre e di rovine a segno di tale che una persona di media statura stando in piedi sul piano presente supera li stessi capitelli. Nel mezzo di questi medesime macerie osservammo un bel capitello di marmo bianco di buon ordine corinzio.
In questo spazio di terreno si veggono alcuni piccoli principi di vegetazione macchinosa che qui pure va a formarsi ma molto però vi vuole perché possa diventare un luogo boschivo come è divenuto adesso il corpo dell’annessa già descrittavi Chiesa; per cui la fabbrica di cui vi parlo pare che non sia moltissimi anni che è in rovina la sua tettoia, e veramente qualcheduno che era lì con noi ci disse che la sua volta era già servita come stalla e che sopra vi era stato dell’abitabili, ciò che si comprende benissimo anche adesso.
E’ certo che qui eravi stato un monastero ma un ammasso imperfetto di muri e di fabbriche distrutte non ci somministrano una chiara idea di esso ma pure che non dovette essere stato capace di contenere se non un limitato numero di monaci.
Accanto a questo edificio vi è restato un pezzo di torre sulla quale in qualche tempo vi era stata una colombaia. Si avesse l’ingresso di esso in questo stesso descrittovi edifizio, ed è tuttavia aperto il sotterraneo della medesima. In questo probabilmente il Campanile della Badia che poteva aver servito anche per guardia e difesa del luogo. Dai tanti avanzi di marmi di buona e cattiva scultura qui vedute potetti comprendere che questa Badia fosse stata non solo ben ornata ma ancor che alcuni di quei lavori fossero avanzi di più antiche fabbriche impiegati posteriormente qui, ciò che mi conformerebbe in quel tanto che vi dissi in qestoo a 98 .
Che la Castellina fosse stata già un luogo conosciuto e abitato dagli Etruschi e che nei suoi contorni e nelle sue pendici vi fossero state delle ville (65) fino dai tempi dei romani non v’è discussione, perciò bisognerebbe fare per quei luoghi, oggi inselvatichiti, qualche scavo e ricerca. Ma veddo che non c’è molto da lusingarsi di ciò perché pochi comodi si trovano in quella parte, distante dall’abitato, cattive le strade e di aspro accesso. Se qualcuno ci va ora per vedere quelli avanzi di fabbriche si contenti di una scarsa superficie perché la stessa gente del paese appena sa indicare gli stessi posti già noti.
E i pochi pastori e qualche agricolo venturione non sono persone capaci di valutare e di palesare quelle scoperte che potrebbero fare, onde è tutto casualità se qualche persona di cognizione è condotto ove allora si trovavano. Mi venne fatta qui un’osservazione come in medesimi di quei vecchi monumenti che vi sono restati o impiegati o sparsi per la terra non si veggono mai impiegati gli alabastri quantunque s’è di questo, quasi direi, il Paese loro non consistendo i lavori antichi che tuttora si osservano se non in pietre calcaree, brecce e gabbri che appartengono peraltro al paese. E i marmi pisani o di Carrara in granitello orientale, e in porfidi ed altri marmi forestieri e ciò mi fa dubitare che allora gli alabastri non fossero molto stimati, o che non fossero consistenti per non essere state ancora aperte le cave.
Continuerò a parlarvi delle Badie nelle seguente mia.

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