Castellina Marittima e le sue frazioni dall'Odoperico per le Colline Pisane di G. Mariti - 1795 - Lettere VIII-XI

Riporto qui di seguito un estratto dei diari dei viaggi compiuti dal religioso Giovanni Mariti per vari paesi delle Colline Pisane. I diari, con il titolo di "Odoperico, o sia itinerario, per le Colline Pisane, furono scritti tra il 1788 e il 1796, in forma di lettere rivolte a un amico.
Il testo è la fedele trascrizione del manoscritto conservato alla Biblioteca Riccardiana di Firenze a cui sono state aggiunte delle note esplicative che troverete alla fine del testo.
Parte 1a - Lettere VIII-XI



LETTERA VIII


“... e continuando il nostro viaggio (1) verso la Castellina Marittima ove arrivammo verso le ore quattro dopo mezzogiorno. (2) Ci presentammo al molto Reverendo Signor P. Lorenzo Merossi Arciprete della Chiesa di quella terra; e così essendosi lì siamo subito a vedere la Chiesa intitolata la Decollazione di S. Giovanni Batista e che era costruita di nuovo da primi anni del presente secolo XVIII. Vi è memoria nel paese che fosse ultimata nel 1709. La forma di essa è una Croce lunga trentacinque passi ordinari, larga quattordici in corpo e nella croce ventotto. Appiè e accanto alla porta principale, sulla sinistra vi è il Battistero (3) consistente in un urna di marmo bianco sulla base del quale è scolpita l'arma dei Marchesi Medici di Firenze e colla iscrizione:

AERE ILLMI. D. LAUR. MED. MARC. CAST. A.D.

MDCXXXI TEMPORE BARTH. PRINCIVALLI ARCHIPTE (4)

Vi sono cinque altari cioè il Maggiore sotto il titolo della Decollazione di S.Giovanni ed è fatto di alabastro del Paese. A destra di chi entra in Chiesa vi è l'altare di S.Donnino e nella Cappella della Crociata da questa stessa parte osservasi un altro altare detto di S.Giuseppe e che è ornato di stucchi, fatto già edificare nel 1709 da un tal Giuseppe Micheli uomo del paese e, come si rileva dalla seguente iscrizione da leggersi nella parte anteriore sotto la mensa:

UT SUAE IN DEUM ET SUPEROS RELIGIONIS

AETERNUM POSTERIS MONUMENTUM RELINQUERET

HANC IOSEPH MICHELIUS EXIT ARAM

QUAM DIVO IOSEPH CONSACRAVIT

UT SIBI MORIENTI

IMMORTALEM IN COELIS VITAM OBTINEAT

ANNO SAL MDCCIX

Questo Micheli nel suo testamento lasciò un fondo che rende scudi cento annui da destinarsi in tante doti, cioè scudi 75 alle fanciulle di Castellina Marittima e scudi 25 ad una fanciulla di Chianni. (6)

La Cappella dall'altro lato della Crociata di rimpetto a questa è sotto il titolo della Madonna del Rosario ed è ugualmente lavorata a stucchi, e nella parte sinistra della Chiesa vi è un altare detto di S. Antonio da Padova. Non vi parlo delle pitture perché non hanno alcun merito. (7)

Da questa parte vi è altresì una porta laterale.

Nel Campanile che è a ventola (8) vi sono due Campane di ragguardevole grandezza, una piuttosto moderna. Non potetti averne le iscrizioni, solo vi dirò che la maggiore dicesi S.Giovanni e la seconda S.Caterina. (9)

La suddetta Chiesa ha il titolo di Arcipretura ma da quando in qua non saprei dirvelo e solo avrete osservato dall'iscrizione che è sull'urna battesimale che tale almeno lo era nel 1631.

Spetta la medesima alla diocesi pisana e l'ha data di libera collazione. E' annessa ad essa il Comune di Montevaso. (10)

Esistevi tuttavia la Congregazione di Carità secondo l'Istituto Leopoldino. Dai registri dell'Arcipretura potetti rilevare che dal 1770 al 1795 il numero delle anime di questa cura fu nel 1773 [minore] in cui furono 382 e il numero maggiore nel 1794 in cui aumentarono a 514. In quest'anno 1795 sono state 502. Nell'inverno cresce la popolazione di circa 80 - 100 individui forestieri che si fermano per poco tempo, ma questo è un aumento passeggero del quale non va fatto caso.

L'Arcipretura della Castellina confina a levante colla Pieve di Chianni e colla Chiesa curata di Miemo e Strido della diocesi Volterrana mediante il torrente Sterza che nasce nei Monti di Castellina. Da Mezzogiorno le resta la Pieve di S.Giovanni Evangelista di Riparbella. Da Ponente confina con la Pieve di S.Giovanni Batista di Rosignano, Via Maremmana o sia l'Emilia mediante. E da Tramontana la stessa Pieve di Rosignano, la Pieve si S.Stefano di Pomaja, torrente Marmolajo mediante, o la cura di S.Bartolomeo di Pastina. (11)

L'estensione della cura da Levante a Ponente è di circa dieci miglia e da Mezzogiorno a Tramontana è di cinque miglia. L'antica Chiesa Parrocchiale sotto il titolo di S.Giovanni, come si ha da una nota della Chiesa della Diocesi Pisana del 1371 era una suffraganea della Pieve di S.Stefano di Pomaja, da Mattei Hist. Eccl. Pis. T. 1 pag. 109. Ma rispetto all’ edifizio di essa vedremo altrove ove restasse anticamente. Questa fu già di Patronato della Comunità e Uomini della Castellina (12) e le sue entrate annuali di sacca cento di grano che si copulavano a scudi uno a sacca. (Arch. della Parte Stanza N° 1 Armadio retato cod. 47 a 91). (13)

Ma nel 1572 era già di collazione dell'ordinario e la sua rendita era allora se non di scudi 30 l'anno ossia sacca trenta di grano. (Ibi cod. 55 a 23) (14)

Io non ho trovato altre notizie che riguardino l’historia della suddetta Chiesa, questa la credo sepolta per ora nell'indigesto Archivio Arcivescovile di Pisa e nella noncuranza parrocchiale.

Dalla descrittavi Chiesa dell'Arcipretura si passò alla Piazza del Paese, [per] vedere un'altra Chiesa che resta lì a Settentrione; (16) di essa non rimangono ora se non le pareti che sono di cattiva costruzione essendo rovinate o piuttosto disfatte per far uso del materiale.

Questa la dicono la Vecchia Parrocchia perché aveva servito a tal uso. Nella sua origine peraltro fu questa una Chiesa conosciuta sotto la denominazione di S.Salvatore perché in essa si era voluto far rivivere la memoria e il titolo dell’ abbandonate e dirute Badie di tal nome delle quali parleremo altrove. Quindi con il successivo dell'antica Chiesa Parrocchiale di S.Giovanni della Castellina, servì in luogo di essa e fu detta allora S.Giovanni e S.Salvatore, essa [a] tal guisa si trova appellata sotto il dì 26 aprile 1598 in una Visita Pastorale dell' Arcivescovo di Pisa Carlo Antonio Pozzo. E servì a tal effetto fintanto che non venga edificata la nuova Chiesa Parrocchiale sotto il Titolo della Decollazione di S.Giovanni Batista della quale vi ho parlato più sopra. Essendo allora divenuta superflua per uso di Parrocchia fu convertita in una Compagnia laicale (17) la quale bensì era stata abbandonata anche prima della generale soppressione che fu fatta in Toscana di tutte le altre Compagnie. L’edifizio di questa di cui vi parlo era disposto da Ponente a Levante ma non perciò deve riguardar di antica data. Fu assicurato da vecchi del luogo , [si]come avevano una costante tradizione che tal edifizio prima che servisse ad uso sacro era già stato una Porcaja o stabulario del Paese. (18)

E invero esaminando la sua costruzione, particolarmente nella parte laterale che corrisponde sulla Piazza e che guarda il Mezzodì, si ravvisa costantemente della sua rozza e malpropria costruzione che non poteva in origine esser stata una Chiesa ma che solo il comodo e la disposizione di quella Fabbrica poteva aver consigliato di ridurla a uso sacro. Intanto descrivendone il suo presente stato, vi dirò che la soglia gli stipiti e l'architrave della porta che è in essere sono di Marmo bianco Pisano e sotto l'architrave vi sono due capitelli di ordine dorico che si vede aver già servito ad altre fabbriche. Sopra l'architrave vi è un quadro dello stesso Marmo bianco alto un braccio e largo due braccia e un terzo. Su esso si vede effigiato a mezzo rilievo la Figura del Salvatore a Sedere che tiene la sinistra al petto con un libro e la desta in atto di benedire coll'indice e il medio aperti e gli altri diti chiusi e nell'aureola che gli circonda il Capo sono tre Spicchi di Croce. Nei vi sono i geroglifici dell’evangelista tutti, con u libro e sopra l'Aquila un Agnello. Nel contorno del quadro si legge scolpito in lettere Majuscole alcune delle quali incise dentro all'altra:

OPUS QUOD VIDETIS BONUS AMICUS FECIT PRO EO ORATE (19)

Entrando in questa rovinata e profanata Chiesa esservi tutta sinistra, che vi era già stato il battistero che è quella urna di marmo bianco quale è ora nella Chiesa nuova e fra le macerie veddi una colonna di granitello bigio dell'Elba e altri pezzi di marmi, i quali avanzi di un antico edificio unitamente al bassorilievo di sopra rammentato, si vedrà altrove a qual’ altro edifizio avevano servito.

Tra queste medesime rovine veddi un pezzo di marmo di Carrara rotto in più luoghi nel quale leggevasi d'avanzo di una iscrizione come segue:

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . FECE FARE . . . . .PROPRI . . . . . . . CHIENA

. . . . . . . . . . . . . . . . .LA DOTO' DI SUP[PELLETTILI]. .SACRI

IL SIG. GIO GIUSPE ACCONCI ARCIPRETE DI D° L°

CON FACOLTÀ DATAGLI DAL SUD° ARCIVESCOVO

CI MESSE LA PRIMA PIETRA E FINITA LA BENEDISSE

IL DI XXIX MAGGIO MDCLXXXXII P°

Spettava la medesima a una Cappella o Chiesina che più non esiste in Paese, al titolo della quale era S.Giuseppe (20)

Non restando qui altro da osservare si torna verso la nuova Chiesa per vedere un acqidotto che resta in poca distanza da essa ed dal quale dovrebbe portare acqua alla Fontana Pubblica del Paese. (21) E’ il medesimo di moderna e dispendiosa costruzione ma è ridotto che è quasi inservibile all’oggetto preposto giacché non erano stati considerati tutti gli inconvenienti ai quali era esposto e cosi un’acquazzone sopraggiunto nel giugno passato l’aveva guastato ed in parte diruto. Detto corso è da Levante a Ponente, le acque sono limpide e buone e hanno le loro origini da un luogo del Poggio Corsino.

Sopra l’arco della Pubblica Fonte ed alla quale dovrebbe far capo la suddetta acqua si vede collocata una Chimera di Marmo Bianco di antica ma barbara scultura la quale, per quanto potessi congetturare, doveva aver servito con altra simile per sostenere o per servire d’arredo all’arco o all’architrave di qualche porta come si vede in alcune antiche fabbriche, esservi state collocate dei busti di leone, si vedrà altrove di dove esser questa, pure potesse essere stata tolto per collocarsi casualmente giù.

Tornammo quindi verso la Piazza e ascendemmo nel posto più eminente di [qu]ella Terra e a Maestro di esso in luogo detto il Castello ove è il Fortilizio che servì una volta per custodia e difesa del Paese ed insieme di Palazzo e di Tribunale. (22)

Adesso è in istato poco buono, o piuttosto in uno stato assolutamente cattivo. Vi sono le Prigioni

(23) e porzione del Palazzo che fu l’abitazione del Giusdicente e della sua corte.

Sulla porta principale di essa vi è scolpita in pietra serena l’Arma Medicea di maniera assai semplice sotto la quale leggesi:

COS. MED. IL DIE P° AGOS. M565 (24)

Tal edifizio non appartiene a quella data essendo una costruzione molto più antica dei tempi medicei, a credersi per certo fosse già stata della Repubblica Pisana.

Si andò di qui nella parte opposta sopra una spianata situata tra Libeccio e Mezzogiorno della Torre, (25) dalla quale si ha una vaga ed estesa veduta sui Monti Livornesi fino a Rosignano e sulla sottoposta Pianura della Valle della Fine, vedendoci lo sbocco in mare del fiume Fine da cui la detta pianura e valle ne prendono il nome.

Come pure si presentava ai nostri sguardi il nuovo Ponte della Fine che serve per comodo delle scarraie dei Cavalleggeri lungo il littorale a Levante di Livorno e qui si vede pure la Corsica, la Capraia e le altre adiacenti isole.

Avvicinandosi la notte si torna pure sulla Piazza della Castellina; questa e piuttosto grande ed è di forma quadrilunga essendo diretta la sua lunghezza da Levante a Ponente. (26) La costruzione delle case la rendono piuttosto malinconica al che contribuisce di più il suolo gabbroso sul quale è piantato il Paese. Le dette case sono senza intonaco e son fabbricate non tanto delli stessi verdi e cupi gabbri ma ancora di pietre calcarie, colombine e gialle le quali contribuiscono a rendere il Paese d’aspetto piuttosto triste, venendo aumentando questa poco gradita situazione dalla parte montuosa e boschiva che le resta a Levante.

Notai chi i giovinetti del Paese, contenti e di buon umore, se ne stavano a notte molto avanzata sulla Piazza in maniche di camicia e anche scalzi, cantando, chiacchierando e discorrendo nonostante io vedessi essere il Paese esposto a molta umidità per avere il mare allo scoperto da ponente ed avere a Levante quasi a cavaliere, degli alti monti ricoperti di boscaglia.

Seguitano a far ciò per tutto il mese di Ottobre e mi dissero che nell’estate ci passavano buona parte della notte. Io compresi che ciò doveva essere pregiudiziale alla salute, mentre per quanto le loro terre restino elevate non può esimersi dall’aria perniciosa della Maremma e credo che alcune malattie perniciose che in qualche anno regnano nel paese restano le loro origine dalla poca cura che ha questa gente nell’esporsi all’aria in ora inconvenienti dopo le faticose faccende della giornata. (27) Questa sera la passammo in conversazione presso il Sig. Arciprete Merossi parlando di vari oggetti interessanti il paese.

Dopo cena ci separammo da esso e andammo a riposare in Castello nell’abitazione già pretoriana, riservandomi di parlare ancora di questa Terra.

LETTERA IX

Se si riguarda la situazione della Castellina Marittima bisogna accordare a questo luogo una antichissima e molto remota origine, giacché ella è tale che non poteva essere scappata di vista al genio degli Etruschi e perciò fino dai tempi loro dovevasi essere stabilita già qualche piccola popolazione. Presto esamineremo anche gli indizi Etruschi [che] son restati di ciò.

Gli stessi Romani potrebbero aver avuto lì o nelle pendici qualche villa o la vicinanza della Via Emilia poteva aver facilitato l’idea di farne un luogo di delizia. Ma per immaginare tutto ciò non bisogna riguardare la Castellina e le sue pendici sotto questo aspetto che ci presentano oggi ai nostri occhi, giacché è facile a persuadersi che prescindendo dalla sua posizione tutto il rimanente deve aver mutato faccia per le tante vicende alle quali sono stati esposti quei luoghi e come tutti gli altri della Maremma che ne vengono in seguito di questo. E la sua vicinanza alla Via Emilia nei floridi tempi della Repubblica Romana poteva aver contribuito a rendere la Castellina un luogo assolutamente non oscuro, la ragione stessa, nell’invasione dei Barbari doveva averla esposta più comodamente alle loro rapine e devastazioni e incendi.

Ma pure per quanto desolate divenissero quelle contrade e che si convertissero quindi quasi in foreste, sempre si mantenne una qualche piccola popolazione. E sotto i Longobardi, (28) divenuta la Castellina un fondo di qualche loro signore dovette mantenersi e risorgere avendo quantunque però priva di libertà e sotto il giogo e l’oppressione di quei nuovi padroni. Avvicinandosi poi gradualmente ai tempi nostri si trova come questa Terra nel 1276 la comprarono i Pisani dal Conte Aldobrandino di Soana; Tronci Ann. Pis. pag. 232

il quale scrittore è dire che il contratto di quel tal compra è nell’Archivio delle Riformagioni di Firenze. (29)

Dovette appartenere allora al Governo delle Capitanie delle Colline Superiori di Pisa. Ugo o Ugone uno dei figlioli di Giovanni detto Bacarozzo, Conte di Montescudajo, nel 1345 era già signore della Castellina ed esso, come gli altri suoi fratelli, godevano della dignità di Vicari della Repubblica Pisana nella Maremma; ma da detto anno si ribellarono ad essa ed Ugo trasse nella ribellione anche il popolo di Castellina, come lo stesso fecero i suoi fratelli rispetto alle altre loro signorie. Ma presto tornarono all’obbedienza della stessa Repubblica Pisana.

La Castellina venne poi in progresso del tempo in potere della Repubblica Fiorentina e gli uomini del suo Comune nel sottoscrivere la sottomissione il dì 25 Gennaio 1405 ab Inc. (30) per mezzo dei suoi Sindaci e Procuratori che furono Antonio di Giovanni, Coscio di Giovanni e Chele di Matteino.

E si ha dallo Statuto Fiorentino del 1415 che queste terre insieme con alcuni altri Castelli era tenuta in segno di sudditanza e obbedienza di offrire annualmente alla repubblica Fiorentina un cero di Libbre dieci e fu assegnata al Governo del Vicario e della Podesteria di Rosignano.

Sembra che nell’anno stesso che i Fiorentini fecero l’acquisto di questa terra fosse loro concessa in Feudo ai Conti della Gherardesca (31) e in tal occasione la Repubblica si riservò il pieno dominio della Casa e Palazzo della Castellina. (32)

Lo strumento di questa concessione allegasi in un Motivo della Ruota Fiorentina dell’ 11 Agosto 1621, riportato al Libro dei Motivi sotto N° 112 a pag.157. E dall’Auditore Marco Antonio Savelli fra le risoluzioni nella Somma T.° 2° a pag. 82 e 85. (33)

Ed in una causa che in data 1621 vegliava tra il Conte Cosimo della Gherardesca Vescovo di Colle e i Conti Ugone e Ippolito da una e Eufersina Peruzzo, unica figlia del Conte Francesco della Gherardesca, dall’altra parte.

Quanto alla suddetta Casa e Palazzo si deve intendere per l’una e l’altra il Castello di cui sopra vi ho parlato nel quale era l’abitazione del Signore Giusdicente del luogo ed insieme la Corte di Giustizia.

Si mantenne la Castellina in appresso sotto il Vicariato di Lari per il criminale, quanto al civile fu trasferita dalla Podesteria di Rosignano a quella di Peccioli ma non so precisamente quando ciò seguisse o bensì che fu poi subentrata da questa quando nel 1628 fu eretta in Marchesato che fosse investito il Cavaliere e Senatore Raffaello de Medici Fiorentino, (34) essendo allora istato formato un Vicariato Feudale che comprendeva oltre alla Castellina, propriamente detta, la Tenuta delle Badie, Valdiperga o Valiperga, del Terriccio e dette a confine la Tenuta di Montevaso a Oriente, il territorio di Pomaia a Settentrione, il territorio di Rosignano a Occidente e quello di Riparbella a Austro.

Io che non ho potuto avere mai da questa casa dei Signori Medici Marchesi nota distinta dei loro antenati Marchesi di questo Feudo, mi contenterò di riportarvi in quella vece lo stato completo dei Giusdicenti dello stesso Feudo dalla creazione di esso nel 1628 fino all’anno 1793 che fu quello della sua soppressione.

Eccovi adunque la nota di essi:

1. 1628 Ser Jacopo Mannajoni

2. 1685 Mess. Giovan Battista Mazzoni

3. 1720 Ser Muzio Branchi

4. 1722 Ser Francesco Stocci

5. 1731 Ser Bartolomeo Branchi

6. 1737 Ser Pompeo Luchini

7. 1740 Ser Michelangelo Marchioneschi, dal 1740 fino a tutto Aprile del 1749,

suddetti giusdicenti ebbero il titolo di Commissario. Il suddetto Ser Michelangelo Marchioneschi proseguì poi in detto impiego di Giusdicente Feudale con il titolo di Vicario a tutto il dì 24 Maggio 1751.

8. 1751 Ser Francesco Cantini, cessò allora il Giusdicente di risiedere stabilmente nel Feudo ma i andava una o due volte al mese o quando le circostanze lo richiedevano.

9. 1753 Ser Filippo Cipollini

10. 1755 Ser Giuseppe Marchioneschi

11. 1757 Ser Michelangelo Marchioneschi

12. 1759 Ser Filippo Cipollini

13. 1761 Ser Domenico Andrea Piazzesi

14. 1763 Ser Michelangelo Marchioneschi

15. 1765 Ser Filippo Cipollini

16. 1767 Ser Pietro Arzilli

17. 1771 Ser Francesco Arzilli

18. 1773 Ser Pietro Arzilli, fu eletto nuovamente in Vicario ma non avendo i requisiti richiesti allora dalla Legge del Nuovo Compartimento dei Tribunali Provinciali fu incaricato Mess. Carlo Silvestri Vicario Regio di Lari e questi non potendo per la lontananza adempire esattamente all’incarico fu aggregato stabilmente il Feudo di Castellina a quello di Chianni ove era in quel tempo Vicario Ser Giuseppe Pagni.

19. 1775 Mess Scipione Papposchi

20. 1777 Mess Domenico Andrea Piazzesi

21. 1781 Mess Giuseppe Pagni

22. 1784 Mess Claudio Nozzolini

23. 1787 Mess Luigi Jacopini

24. 1793 Mess Claudio Nozzolini

In quest’anno fu eretta la nuova Podesteria composta dai popoli di Chianni, di Rivalto, di Montevaso e di Mele, Feudo dei Signori Marchesi Riccardi di Firenze, e dalla suddetta Castellina e da Riparbella smembrata dalla giurisdizione civile di Lari, ed in quest’anno ebbe termine il Marchesato della Castellina.

Avanti alla Legge de Feudi del 1749 il detto feudo, quanto all’economia era regolato dal Commissario Feudale che faceva le veci anche di Cancelliere, ma dopo la detta legge fu riunito alla Cancelleria di Lari.

E nel 1776, quando fu fatto il nuovo Regolamento per le Comunità della Provincia Pisana, la Castellina fu stabilita una comunità composta del solo Comune della Castellina, (36) come lo è presentemente. Il suo circondario comprende adesso i territori del Terriccio, di Valdiperga, della Farsica, delle Badie e della Vitalba. (37)

Diversi sono i botri e torrenti che scorrono per questo Comune.

Per Levante vi è il Botro alle Donne, il Botro Collorsi, (38) il Botro di Lavajano, e qui ha origine la Sterza. Da Ponente scorre il Torrente Pesciera; da Tramontana il Botro del Lavatojo (39) e da Mezzogiorno scorrono il Botro del Maceratojo altrimenti detto dei Mulini, (40) il Botro dell’ Asino, il Pescerino, il Gonnellino, l’Aquelta e il Torrente della Pesciera.

Per ora vi lascio, ma nella seguente continuerò a parlarvi di questa Terra.

LETTERA X

Quanto alla Diplomazia (41) spettante alla Castellina, scarse sono le notizie che ho potuto acquistare con le mie ricerche. Vi fo parte di quelle poche che ho potuto acquistare.

Trovo adunque nel 24 Maggio 1291 come donna Guida di Guidone calzolaio da Santa Luce delle Colline e vedova del fu Bonaccorso da Gello costituisce suo Procuratore Michele detto Chele del fu Ventura di Silano per eseguire le ragioni della sua dote. La Carta di tal procura fu fatta nella Castellina e più precisamente nella Villa (42) Pontratico della stessa Castellina in casa di Lamberto e Michele fratelli e figli del fu Arrigo; presente Bonifazio del fu Guasconi della Castellina e Bianco del fu Elso di S. Luce.

Sotto il dì 31 Luglio del 1304 trovo un confesso fatto da Paciano del fu Corsino, porcajo della Castellina a Giovanni del fu Bonaccorso di Chianni, cittadino Pisano di aver ricevuto certo bestiame per custodirlo e vegliarlo per un anno, dovendo percepire la metà degli utili. la carta fu fatta nella Castellina nella casa abitazione di Pane del fu Jacopo; rogata da Lando del fu Gallotta da Chianni presente e testimone Paniccio del q. Eco da Rivalto e Nino si Ser Lupo Notaro da Chianni. (43) Siccome anche i semplici nomi che appartengono ai vecchi tempi possono piacere e interessare i luoghi de quali io vi parlo, la qualcosa io vi feci osservare anche altre volte, perciò potrò soggiungervi che nel 17 Maggio del 1342 si trova un Martino della Castellina il quale confessa di aver ricevuto a mutuo da Neri del Comune di Vada, Lire due e soldi tre fino alla festa di S. Maria di agosto. Fatto nel Castello di Vada. Rogato Lenzo di Maso da Lorenzana.

Colino del fu Pietro da San Giusto in Caniccio (44) nel 16 Aprile 1396 da a locazione a Cosimo del fu Giovanni del Comune della Castellina due pezzi di terra con tre case poste nella Cappella di San Giusto in Caniccio. Fatto in Pisa, Rog. Pietro del fu Matteo da Forcoli.

In un lodo del 16 Marzo 1428 dato da Valano Dottor di legge del fu Maestro Domenico di Centi Cittadino Pisano, fra gli altri restavi interessato un Giuliano del fu Bergo della Castellina a nome di donna Nova sua moglie.

Ebbe la Castellina i suoi particolare statuti ma io non conosco se non quelli del 13 aprile 1545 quali sono molto ben distesi. (45) Si dice in essi che i confini della Bandita , luogo così detto, nella quale non dovevano stare se non bestie some e da giogo, venivano determinati dal Confine del Terriccio e dalle Badie, andando su per la Pesciola (46) della Verrucola fino al Ponticello di Magliano, ritornando al Confine del Terriccio suddetto e lì [si] proibisce di tagliare alberi fruttiferi cioè ghiandiferi, di dissodare o lavorare il monte, prendendo come primo confine la via che va a Montecatini, tirando per dirittura al confine della Mele (47) e Montevaso, venendo di poi dalla via dell’ Aja di Maria seguitando fino alla Castellina.

Si tratta in detti Statuti specialmente delle boscaglie, dell’acqua delle bestie, del Maestro di scuola, e anche del Barbiere atteso alla Castellina che era luogo di molte malattie. Faceva il Barbiere le veci di chirurgo.

Gli Statutari furono Giovanni di Giulio Neroni, cittadino Fiorentino, Tommaso di Chimenti e Pietro di Salvatore. Lo scrivano del Comune era un tal Cesare Antonio. Il suddetto Giovanni di Giulio Neroni, cittadino Fiorentino, abitante alla Castellina fu eletto a riscontrare i beni di quel Comune e fu anche stabilito che l’incanto di detti beni per dare a terratico fosse fatto a sume di contato [sic].

La Castellina era allora della Podesteria di Peccioli, Rogati furono i detti statuti da Francesco Riosci. Sotto il dì 11 Luglio fu fatta una nuova a questo statuto essendo statutario Antonio di Maestro Giovanni della Castellina, colla quale si proibisce di fare entrare i porci nei campi dopo la mietitura e segue per non pregiudicare alla povera gente che andavano a spigolare. Rogato lo stesso Notaro Riosci.

Trovo ricordata un’altra riforma con la data 23 ottobre 1570 essendo Governatore e statutario Tommaso di Chimenti di Biagio e Gostanzo d’Antonio di Giovanni, Rogato Marco Antonio Serrarigi.

Per parlarvi della Castellina anche rispetto alla sua agraria vi dirò come la qualità delle sue terre nel boscato de più alti monti è cretosa con pietre coltelline o galestrine e con dei gabbricci.

In situazioni più basse sono argillose e cretose ma più grasse e meno petrose. Le terre coltivate da pianta fruttifera sono cretose miste ma meno grasse di quelle che si osservano nel territorio di Pomaja che l’è a confine a Settentrione. Non manca qui pure una buona porzione di sodaglie isterilite: l’è vero che non si servono generalmente dell’opera de bovi per il loro difficile accesso disboscando senza fare dei novi appoderamenti e seminando il terreno sboscato senza arricchirlo di piante domestiche i terreni si snervano e diminuiscono per annali semente e così coltivano è vero ma non stabiliscono una vera e permanente coltivazione, per le stesse ragioni che vi dissi parlando di Gello Mattaccino in questo a 20 e seg.

Altresì [con] i disboscamenti fattevi dopo le comunitative allivellazioni (48) è molto aumentato il terreno da sementa ma per ora poco approfittano di quelle terre ed il Circondario della Castellina in proporzione della sua estensione, non ostante le aumentate coltivazioni, si può dire almeno per ora pochissimo coltivato. Questo luogo nell’intero suo circondario, in annate ubertose, raccoglie circa Barili 250 di olio piuttosto grasso, Barili 1000 di vino spiritoso e con del corpo ma salmastroso, sacca 2500 di grano rosso con dell’addurato ma facilmente vi entra la volpa d’altre sacca 1000 di grasce diverse.

I mercati ai quali portano ciò che loro avanza sono quelli di Peccioli e talvolta quelli di Pisa annessa per mezzo del Porto di Vada. Le frutta che vi sono servono per uso del Paese. Ristrettissimo è il numero di gelsi peraltro quei pochi che vi sono mostrano che vi vegeterebbero bene.

Vi è abbondanza di boschi ma vi son tenuti male atteso che la lontananza e soprattutto per la mancanza di strade non vi è comodo di farvi un esteso commercio. Al più in quella porzione di territorio spettante al Terriccio. Vi si esita il legname e il carbone e per uso della Ferriera di Cecina e per fuori dalla parte del mare servendosi del Porto di Vada.

Il bestiame tanto vaccino che cavallino parte lo tengono alla stalla parte al pascolo ed anche alla macchia senza stallare ed in sostanza non è di buon aspetto né questo né quello.

Ascendeva il medesimo a 500 vacche e 200 cavalli co loro redi. Vi sono inoltre 700 pecore e 800 capre paesane che vi tengono i possessori.

E fidano circa 800 capi di greggi pastorali estere. Vi sono alla Castellina costantemente circa 200 maiali e molti asini che vi è abbondante raccolta di ghiande; al Terriccio ne rimangano qualche numero da fidati esteri.

La somma maggiore dei Beni di questo Comune al 1776 era di scudi 24296.1.15 di lire 7 per scudo.

Nel circondario di questa terra vi è una Cava di Alabastro Bianco posta a Tramontana in luogo detto la Banditella e ne restano pure altrove, anzi la maggior parte del Territorio della Castellina sono alabastri e gabbri e specialmente a Levante vi sono dei gabbri scurissimi (49). Si trova nel suo territorio dei Diaspri Calcedoniosi di color grigio scuro ceruleo con venature porporinee e sono assai vaghi.

La Castellina è distante da Pisa circa ventotto miglia e ventuno da Livorno. Per la traversa a cavallo vi si contano solo diciotto miglia. Nella futura avrete al restante di questa gita.

LETTERA XI

Questa mattina 27 ottobre 1795 fatta una buona levata ci trattenemmo qualche poco sulla Piazza della Terra stando a veder caricare gli alabastri che i vetturali dovevano trasportare a Volterra. Osservai che i medesimi erano di una particolare candidezza. Mi fu detto che avevano in questo Paese una cava aperto anche i Signori Pisani di Firenze, abilissimi e ingegnosissimi sentori di essi.
Finalmente separatici dal Sig. Arciprete Merossi, che di buonissima ora era rivenuto a trovarci, partimmo dalla Castellina alle ore sette di questa stessa mattina avendo in nostra compagnia il Sig. Abate Mariano Lazzeri, prete del luogo, giovane molto vivace di buona società e intelligenza il quale volle condurci a piacimento per vari punti di quella campagna, poi procurarsi il vantaggio di gustare di certi colpi che la sua pratica e il suo buon gusto gli faceva giustamente valutare. Scendemmo dalla montuosa situazione della Castellina, poco dopo si arrivava ad una diruta Chiesa detta già S.Giovanni (50) che ci restava sulla destra e quasi sul ciglio della strada che si teneva che era da Levante a Ponente; trovai che di essa era rovinata la volta o tettoia e la facciata. Era tuttavia in essere la tribuna per oriente e porzione delle mura laterali. Fu già costruita al di dentro e al di fuori di pietre quadrate eccellentemente connesse ma si scarse che la medesima aveva sofferto delle restaurazioni quantunque però d’antichissima data. (51) A Mezzogiorno eravi già una porta laterale. Trovai esser lunga venticinque passi ordinari e larga circa dieci di essi. La costruzione della medesima la giudico nella sua origine del V-VI secolo (52); era essa l’antica Chiesa Parrocchiale della Castellina ed è quella che vi accennai a pag. 89 rammentata già come filiale della Pieve di Pomaja. Forse già qualche principio di rovina o la scomoda situazione dell’abitato della Terra la fece una volta abbandonare trasportandone l’uficiatura nell’altra Chiesa che era sulla Piazza della Castellina, essa pure adesso abbandonata in stato rovinoso come già a 80. Ma comunque si fosse questa Chiesa di S.Giovanni seguita a sussistere a guisa d’oratorio fino ai passati anni in cui il Granduca Pietro Leopoldo dette luogo alle profanazioni e disfacimenti di molte altre antiche chiese della Toscana senza aver avuto riguardo alla perdita di tanti preziosi monumenti sacri dei vecchi tempi. Il pietrame di essa essendo buono e ben quadrato serve quando il bisogno lo porta per impiegarlo in uso di altre fabbriche del Paese.


Di qui seguitammo il nostro cammino, si arrivò poco dopo ad un luogo detto Spicciano, terreno di macchia bassa e gabbrosa. Lasciammo allora i cavalli e salimmo un poco in alto a destra. Qui sulle pendici di alcuni terreni di attinenza del Sig. Lazzeri della Castellina vedemmo un Ipogeo Etrusco [che era] stato scoperto pochi anni avanti (53).

Non potemmo entrare in esso perché le piogge passate vi avevano introdotto dell’acqua ma osservammo che poteva essere della circonferenza di circa venti braccia; vi sono all’interno alcuni poggioli a guisa di sedili sui quali furono trovate urne cinerarie di terra di elegante forma che alcune lavorate a sgraffito ma semplici, altre con vernice nera e alcune dipinte e molti frammenti esistevano tuttavia sull’apertura dell’Ipogeo.

Le robe trovate qui mi fu detto che erano passate in Pisa presso il Signor Arcidiacono Niccolò Venerosi Pesciolini (54). Secondo la relazione avutasi sul luogo sono state qui scoperti altri dei detti Ipogei e presso lo stesso Signore Arcidiacono Pesciolini sonovi pure altre quisquiglie spettante a simile ricerca fatta la quale in questo luogo, consistenti in anelli d’oro, pendenti da orecchio e fibule. Se si riguarda il terreno e all’esposizione di quelle pendici parrebbe che qui dovessero esservi altri simili ipogei che fosse questo un lepotenoto o cimitero Etrusco spettante gli antichi abitanti della Castellina, in questo a 98.

Raccolsi qui della Malachite o Verde mortano disposto a vene irregolari e sottili in una pietra ollore nerastra.

Saliti di lì e più [in] alto e per un sassoso sentiero giunsi in un terreno alquanto piano ed ora coltivato ove si vedde esservi stati del fabbricato ma da tali avanzi nulla si può dire, vi dirò soltanto che il luogo dicesi Poggio al Santo che resta distante circa un miglio e un terzo dalla Castellina di dove eravamo partiti. Sembrerebbe adunque che qui potesse essere stato qualche Cappella, Chiesa od Oratorio o soggiorno di un eremita ma in sostanza non abbiamo di ciò nessuna memoria (55).

Lasciato Spicciano e il luogo detto Poggio al Santo e tornati sul nostro sentiero si arrivava in una via tutta prolicata nella Selenite in un fondo coltivato dal Sig. Abate Lazzeri, nostro compagno in questa gita, ove trovammo una cava di alabastro bianco (56) de quali sono abbondanti tutte quelle pendici come l’indica il terreno stesso ricca di Selenite per ogni dove.

Lasciata quella cava si scese per ripidissima e poca praticabile strada nel grosso torrente della Pesciera per il mezzo del quale trovammo molti massi isolati rotolati e staccati dalle pendici e pareti dei monti i quali sono nella maggior parte gabbri e pietre calcaree.

Il cammino per essa fu incomodo ma molto ameno e pittoresco, un luce incerta che domina sul suo fondo ombreggiato dagli alberi che bizzarramente piegavano sul letto di esso , il sibillare e l’incerto svolazzio di qualche uccelletto, un argentino mormorio delle poche acque ma che rapide scorrevano tra quei sassi; lo stesso cupo suono delle untie vetture ricompensarono abbastanza quell’aspro viaggio.

Saliti finalmente all’opposta parte arrivammo dopo fatta una brevissima strada in un terreno ricoperto do lecci fra i quali vedemmo le belle rovine della Chiesa e annessi di un’antica Badia il quale luogo dicesi le Due Badie (57) che resta a Libeccio della Castellina da dove è distante tre miglia.

Io comincerò qui a descrivere ciò che si vedeva di fabbricato. Quanto alla Chiesa il cui titolo era San Salvatore avvio già la sua descrizione da Ponente a Levante.

Era tutta fabbricata tanto internamente che esternamente di pietre grandi riquadrate e ben connesse e si scorge manifestamente che non fu mai intonacata nella parte interna.

La sua Facciata era divisa per buona parte dall’alto al basso da quattro semipilastri, su i capitelli dei quali posavano tre archi ciechi a buona proporzione di cerchio facendo così la figura di portico serrato. Presentemente è mancante della sua parte essendo rovinata la facciata fino all’angolo settentrionale restando in essere soltanto porzione dell’arco e architrave della porta con tutto il resto della facciata dalla banda di Austro.

I capitelli dei quattro pilastri sui quali andavano a posarsi i tre archetti dalle facciata erano di marmo bianco ma di forma irregolare e di gusto barbaro, quantunque però ricordavano i loro principi dell’ordine corinzio. In uno di essi e scolpito un angelo con un libro in mano, nel quale vi è impresso un pastorale e una mitra (58) che è quello che resta dell’ angolo australe. Nello specchio dirò così della facciata, da questa stessa parte che è quella che resta tuttora in essere vi sono incastonati e murati originariamente contemporaneamente alla fabbrica due capitelli di marmo di scultura assai antiche forse etrusca, uno dei quali è quadrato perché aveva servito a qualche pilastro, questo vi è stato murato come un angolo per cui sporta in fuori a guisa di triangolo essendo così restati visibili due lati di esso nei quali si veggono esposti delle figure gentilesche che forse come simili saranno impressi nelle altri due lati che restano incastrate nel muro.

L’altro capitello è tondo servito a qualche colonna, nella parte visibile di esso vi sono scolpiti degli animali volatili di quei che si dicono volgarmente Barbagianni di scultura antica e forse etrusca o esso dei tempi barbari (59).

E pure che abbia appartenuto all’altra parte oggi rovinata di questa facciata quella chimera che veddi alla Fonte Pubblica della Castellina in qo a 94. Gli archi della facciata sono di pezzi riquadrati di marmo bianco pisano sterzati con altri simili ma di gabbro come si rivelò da quello che è restato in essere a Austro e da una porzione di quello di mezzo. La porta era quadrata con un grosso architrave sul quale andava a posare un arco cieco ancora vedendolo composto di marmo bianco e di gabbro verde scuro. Pare certamente che spettasse alla parte superiore di questa porta il bassorilievo in cui è scolpito un Salvatore co geroglifici dei quattro evangelisti come in qo a 92 e dove si lesse incisa l’iscrizione: Opus quod videtis bonus amicu fecit, pro eo orate che adesso è posto sulla porta della rovinata Chiesa della Castellina. E alla stessa Chiesa delle Badie appartiene altro edifizio ad essa annesso pare che potessero aver già appartenuto anche gli altri marmi lavorati dei quali vi parlo a pag. 92.

Le mura laterali per le loro altezze sono in buona parte tuttavia in essere e per Levante restavi la sua tribuna ma tutto è in cattivo stato. L’alto dell’edifizio era contornato da un fregio di pietre e marmi a lavoro veriniculato (60), e di spazio in spazio vi erano dei capitelli di marmo bianco d’ordine corinzio che reggevano la gronda.

Il corpo della Chiesa era ripieno tutto di macerie, scalzando tra quelle rovine si potrebbe trovare forse qualche pezzo di marmo che ci somministrasse altre notizie rispetto a questo edificio che è già in rovina da diversi secoli in qua come lo dimostra la macchia che vi è nata dentro e i grossi lecci che l’hanno occupata in guisa veramente pittoresca e bizzarra. Fuori dalla Chiesa sulla destra vedemmo gettato lì come si suol dire un gran piatto o tazza tonda di breccia del diametro di circa braccia due ma poco fondo con una prominenza nel mezzo nella cui sommità vi è uno scavo quadrato come se avesse servito per porvi una statuetta o altra cosa e così sembrerebbe che la medesima fosse stata già per usi di dell’acqua santa, adesso è rotto nel mezzo e nella sua spaccatura è nato un leccio che non potendo molto alzarsi va in quella vede distorgendosi e ricoprendo la stessa tazza (61).

L’età di tal edifizio pare possa rimontare all’ VIII o IX secolo (62).

All’Austro di questa diruta Chiesa è unita ad essa, ma in situazione più bassa vi era un altro edificio che forse fu sacro ancor. Vi si ha l’ingresso per un bassissima porta perché l’entratura è ricolma dalle rovine e dalla terra. Il vuoto di questa fabbrica che è oggi affatto (63) scoperchiata è lunga braccia quindici e larga braccia otto. Nella parte interna e sulla porta per la quale vi ero entrato vi è un grosso architrave di marmo bianco, scultura di buoni secoli romani in cui, oltre una cornice ben intesa, vi sono intagliate tre metope oltre un lavoro di tarsia ripieno di porfido rosso. Vi sono restate lateralmente due capitelli antichi di ordine corinzio ma di lavoro rozzo e barbaro, che niente corrisponde con l’altezza colla quale è lavorato l’architrave. Questi sono simili a quelli che veddero alla porta dell’abbandonata e diruta Chiesa della Castellina a pag. 92 e i quali pare abbino ancora appartenuto a questo edifizio. A destra dell’entratura nel muro che resta ad Oriente e dove forse fu l’altare o qualche seggio abbaziale, vi è una divisione a tre archi a buona proporzione di cerchio. Quelli a destra e sinistra si partono dai muri laterali e vanno a posare nel mezzo su due colonne di granitello briantale bigio che formano il terzo arco e la terza divisione, e i capitelli di essi sono di marmo bianco e d’ordine grave e come si direbbe d’ordine toscano.

Non si potette sapere l’altezza di essa ma il loro diametro è di due terzi di braccio. Dico che non si potette prendere la misura della loro altezza perché questo luogo è ripieno di terra, di rottami, di pietre e di rovine a segno di tale che una persona di media statura stando in piedi sul piano presente supera li stessi capitelli. Nel mezzo di questi medesime macerie osservammo un bel capitello di marmo bianco di buon ordine corinzio.

In questo spazio di terreno si veggono alcuni piccoli principi di vegetazione macchinosa che qui pure va a formarsi ma molto però vi vuole perché possa diventare un luogo boschivo come è divenuto adesso il corpo dell’annessa già descrittavi Chiesa; per cui la fabbrica di cui vi parlo pare che non sia moltissimi anni che è in rovina la sua tettoia, e veramente qualcheduno che era lì con noi ci disse che la sua volta era già servita come stalla e che sopra vi era stato dell’abitabili, ciò che si comprende benissimo anche adesso.

E’ certo che qui eravi stato un monastero ma un ammasso imperfetto di muri e di fabbriche distrutte non ci somministrano una chiara idea di esso ma pure che non dovette essere stato capace di contenere se non un limitato numero di monaci.

Accanto a questo edificio vi è restato un pezzo di torre sulla quale in qualche tempo vi era stata una colombaia. Si avesse l’ingresso di esso in questo stesso descrittovi edifizio, ed è tuttavia aperto il sotterraneo della medesima. In questo probabilmente il Campanile della Badia che poteva aver servito anche per guardia e difesa del luogo. Dai tanti avanzi di marmi di buona e cattiva scultura qui vedute potetti comprendere che questa Badia fosse stata non solo ben ornata ma ancor che alcuni di quei lavori fossero avanzi di più antiche fabbriche impiegati posteriormente qui, ciò che mi conformerebbe in quel tanto che vi dissi in qestoo a 98 .

Che la Castellina fosse stata già un luogo conosciuto e abitato dagli Etruschi e che nei suoi contorni e nelle sue pendici vi fossero state delle ville (65) fino dai tempi dei romani non v’è discussione, perciò bisognerebbe fare per quei luoghi, oggi inselvatichiti, qualche scavo e ricerca. Ma veddo che non c’è molto da lusingarsi di ciò perché pochi comodi si trovano in quella parte, distante dall’abitato, cattive le strade e di aspro accesso. Se qualcuno ci va ora per vedere quelli avanzi di fabbriche si contenti di una scarsa superficie perché la stessa gente del paese appena sa indicare gli stessi posti già noti.

E i pochi pastori e qualche agricolo venturione non sono persone capaci di valutare e di palesare quelle scoperte che potrebbero fare, onde è tutto casualità se qualche persona di cognizione è condotto ove allora si trovavano. Mi venne fatta qui un’osservazione come in medesimi di quei vecchi monumenti che vi sono restati o impiegati o sparsi per la terra non si veggono mai impiegati gli alabastri quantunque s’è di questo, quasi direi, il Paese loro non consistendo i lavori antichi che tuttora si osservano se non in pietre calcaree, brecce e gabbri che appartengono peraltro al paese. E i marmi pisani o di Carrara in granitello orientale, e in porfidi ed altri marmi forestieri e ciò mi fa dubitare che allora gli alabastri non fossero molto stimati, o che non fossero consistenti per non essere state ancora aperte le cave.

Continuerò a parlarvi delle Badie nelle seguente mia.



Note al testo:
1 - Il mariti proveniva da Fauglia si era soffermato a Lorenzana, Orciano, S.Luce, Pieve di S.Luce, Pastina e Pomaia.
2 - Era il 26 Ottobre 1795.
3 - Tale battistero è andato distrutto a causa degli eventi dell’ultima guerra.
4 - Aere Illustrissimo Dottor Lorenzo dei Medici Marche della Castellina Anno Domini 1631. Nel tempo di Bartolomeo Princivalli Arciprete.
6 - La rendita lasciata da Giuseppe Michele fu meglio nota come Pia Eredità delle Fanciulle, questa entrò in funzione nel 1717. anno di morte del Micheli e durò fino al 1885 anno della sua soppressione. Tale rendita forniva ogni anno una dote di 25 scudi a tre fanciulle del paese che si sarebbero sposate nel medesimo anno. Una quarta dote veniva attribuita ad una ragazza di Chianni paese dal quale proveniva la moglie del Micheli. I documenti di questo beneficio furono per lungo tempo conservati presso l’archivio Comunale di Chianni dove si trovava la sua sede amministrativa; oggi si trovano in deposito in vari Fondi archivistici presso l’Archivio di Stato di Pisa.
7 - Di altro parere era il Carrai almeno da quanto si denota dalle sue “Memorie storiche geografiche e fisiche della Castellina”, inedito, 1893/1921. Infatti egli ci dice che ci fu un certo interesse da parte del Governo intorno a questi dipinti che per quanto io sappia non sono certo quelli visibili oggi.
8 - Forse si tratta di un campanile a “vela” se cosi fosse quello fu sostituito dall’attuale prima del 1822 in quanto nella più vecchia planimetria di Castellina a nostra disposizione, la Chiesa compare già con un campanile a torre.
9 - Riguardo alle campane c’è da dire che la più vecchia quella nominata dal Mariti come di S.Caterina, è probabilmente quella acquistata dalla Comunità e dal popolo nel 1603 per il campanile della Chiesa di S.Salvatore. La campana definita “moderna è probabilmente coeva alla costruzione della nuova Chiesa. Le campane attuali (tre) sono state collocate al loro posto nel 1924 rifondendo quelle vecchie così come è riportato sulle loro iscrizioni: “RIFUSE CON IL CONTRIBUTO DELLA COMUNITÀ E DEL POPOLO SOTTO PIETRO CARDINALE MAFFI ARCIVESCOVO E DON RUFFO CINI PARROCO. MCMXXIV”
10 - Più precisamente l’Arcipretura di Castellina aveva anche la cura dell’ anime di Montevaso.
11 - Non si capisce bene perché sia citata la Cura di S.Bartolomeo di Pastina non avendo quest’ultima mai confinato con l’Arcipretura di Castellina.
12 - Anticamente era una consuetudine frequente quella che vedeva la Comunità costruirsi proprie chiese e dotarle anche di cappellano stipendiato, per questo motivo spesso l’edificio della Chiesa veniva utilizzato anche per usi civili, quali le riunioni del consiglio e dei consoli della Comunità.
13 - Il riferimento è alla collocazione all’interno dell’Archivio Arcivescovile di Pisa.
14 - Vedi nota 13.
15 - Passo illeggibile per il cedimento del supporto cartaceo.
16 - L’edificio di questa Chiesa era posto esattamente dove si trova oggi la filiale della Cassa di Risparmio di Volterra. Della costruzione originale rimane solo parte della parete che guarda a nord; tale parete presenta ancora, seppur tamponate, due finestre laterali che per le loro dimensioni sono chiaramente appartenute ad un edificio religioso. Questi particolari architettonici sono ancora visibili entrando nel piccolo vicolo che si trova dietro l’edificio in questione. Questo vicolo, oggi cieco, era anticamente in comunicazione con la parte alta della Piazza e lo si trova menzionato sin dal 500 con il nome di “Chiassetto della Chiesa”.
17 - Si tratta della Compagnia della Natività della Beata Vergine Maria che svolgeva compiti di assistenza e di solidarietà tra i suoi congregati. Gli fu concesso l’uso della Chiesa di S.Salvatore che utilizzò come Chiesa cimiteriale. I resti umani di tali sepolture riaffiorano periodicamente ad ogni ristrutturazione dei fondi al piano terreno dello stabile. La Compagnia della Natività fu soppressa intorno al 1780.
18 - Questa affermazione può essere messa in relazione ad un’altra che fa il Carrai nelle sue Memorie: Infatti egli ci dice, riportando sempre il ricordo dei vecchi del paese, come nella parte alta della Piazza si trovasse anticamente una “piscina” .Non si riferiva certamente a piscine intesa nel moderno significato del termine ma bensì ad un piccolo invaso utilizzato per i fabbisogni del bestiame. C’è da ricordare poi che, nei verbali della Visita Pastorale effettuata nel 1598 dall’Arcivescovo Pozzo, il Parroco di Castellina si lamentò molto del fatto che gli abitanti del paese solevano marcare le proprie bestie sulla Piazza creando non pochi problemi per lo svolgimento delle funzioni religiose.
19 - Di questo bassorilievo aveva parlato anche il Repetti nel suo “Dizionario Storico geografico e fisico della Toscana”, segno evidente che nel 1832 , anno della sua visita a Castellina, era ancora visibile. La traduzione letterale dell’epigrafe, scolpita successivamente alla realizzazione del bassorilievo, è la seguente “L’ OPERA CHE VEDETE LA FECE L’AMICO BONO. PREGATE PER LUI”.
20 - Su questa Chiesina non abbiamo praticamente nessuna notizia, vista anche la sua scarsa vita (meno di cento anni)
21 - Questa condotto è ancora visibile pressoché come era in origine.
22 - Quello che conosciamo come il Castello, proprietà Lunardi.
23 - Le prigioni erano le due stanze poste al piano terra, le aperture delle finestre originarie sono ancora visibili inglobate nella struttura muraria.
24 - L’ epigrafe riportata dal Mariti differisce lievemente da quella tuttora visibile, ciò forse per una svista durante la lettura. La dicitura giusta è infatti •COS.M. •F• P• IL DIE •P• AGOS• M565. Tale epigrafe fu scolpite sullo stemma dopo il suo posizionamento forse per un evento inaspettato. Permangono comunque dei dubbi sulla sua interpretazione precisa; un ipotesi di traduzione è la seguente “COSIMO [dei] MEDICI FIORENTINO PRINCIPE IL GIORNO 1° AGOSTO 1565”. Se l’interpretazione giusta è questa, l’evento inaspettato potrebbe essere proprio una visita a Castellina di Cosimo I (1519 - 1574) avvenuta il 1° Agosto 1565.Sempre che l’epigrafe sia stata posta prima dell’infeudazione della comunità altrimenti la questione si complica notevolmente.
25 - Si riferisce all’edificio del castello.
26 - Al tempo la Piazza paesana non aveva la stessa conformazione di quella odierna, esisteva infatti un edificio costruito in quella porzione di Piazza che si trova davanti alla Tabaccheria e che si estendeva in maniera tale da lasciare solo una stretta via in direzione di Pomaia. Tale edificio fu abbattuto, benché fosse da molti anni in rovina, nel 1892 dopo una lunga battaglia legale tra L’Amministrazione Comunale e la famiglia Mori proprietaria dello stabile.
27 - Pregiudizi del genere permasero per lungo tempo, fin quando si scoprì che erano le punture di zanzara a trasmettere la malaria e altre malattie che infestavano le pianure e non “l’aria perniciosa della Maremma”.
28 - Sono molti le tracce lasciate dalla presenza Longobarda nel territorio del Comune di Castellina Marittima soprattutto nella toponomastica, i più significativi sono Valdiperga che deriva da GualtiPerga ovvero il Gualdo della famiglia Perga. I gualdi erano boschi fiscali o bandite al tempo dei Longobardi, la parola gualdo deriva infatti dal germanico wald cioè bosco; anche il nome Corlando (podere nella Tenuta del Terriccio) deriva da un personale di origine germanica, è infatti la deformazione di Curtis Rolandus, cosi come si trova menzionato in un documento del 1106. Altro toponimo di origine Longobarda è Serradonica meglio conosciuta come Salidonia, questa non è altro che Serradominus cioè il bosco del signore, erano quelle terre assegnate ai signori longobardi per diritto regio sin dal tempo del Marchesato di Toscana. Un ultimo toponimo oggi scomparso ma che si trova spesso menzionato negli antichi estimi è Cafaggio, questo era collocato nel Piano delle Badie ed era una vera e propria bandita di caccia o bosco fiscale, il termine Cafaggio deriva dal Longobarbo gahaga che significa separato, distinto.
29 - L’atto di tale compra è andato oggi perduto o perlomeno non e stato possibile rintracciarlo; il contratto di acquisto di Castellina da parte dei Pisani era allegato ad altri due contratti stipulati lo stesso anno in cui i Pisani acquistavano dal medesimo venditore anche i castelli di Scarlino e Tripalle. Tutti questi contratti furono depositati, come ci dice il Tronci e quindi fino al 1682, presso l’Archivio delle Riformagioni di Firenze; questi confluì alla fine del XVIII° secolo nel nuovo Archivio di Stato. Quando nacque l’Archivio di Stato di Pisa tutti i documenti che la riguardavano furono trasferiti da Firenze a Pisa, compresi, si presume, parte degli atti delle Riformagioni. Infatti oggi è visibile a Pisa sia il contratto di acquisto di Scarlino che di Tripalle ma non quello di Castellina.
30 - Ab Incarnationes cioè secondo lo stile Pisano di conteggiare gli anni. Tale data corrisponderebbe al 25 gennaio 1406.
31 - I Conti della Gherardesca possedevano molte terre nel territorio di Castellina già dal XIII° secolo, si ha notizia da un atto del 1274 della acquisto da parte di Gianni e Fazio della Gherardesca di 14 pezzi di terra posti nei confini di Castellina, interessante risulta inoltre tale documento poiché contiene una dichiarazione di sottomissione verso i Della Gherardesca che si traduce in un vero e proprio atto di vassallaggio.
32 - Questa notizia smentisce come fossero stati gli abitanti di Castellina a donare il Palazzo ai Fiorentini nuovi governanti.
33 - Si riferisce a documenti depositati presso L’archivio di Stato di Firenze.
34 - Il Comune di Castellina Marittima fu eretto in Marchesato il 17 marzo 1628 avendo il triste primato di prima Comunità a subire un nuovo periodo di infeudazione. Il titolo fa assegnato al Senatore Raffaello di Francesco de Medici, Cavaliere dell’ Ordine di Santo Stefano. Il Marchesato aveva discendenza in linea maschile e alla morte del Senatore Raffaello, avvenuta nello stesso 1628, il titolo fu assegnato al figlio Lorenzo, quindi al figlio di quest’ultimo Raffaello anche esso Senatore e Cavaliere. Morto quest’ ultimo senza eredi l’investitura fu rinnovata, con Diploma del 6 marzo 1679, in favore del fratello il Canonico Antonio de Medici. Sopraggiunta la sua morte, logicamente senza eredi l’investitura fu passata nel 1738 a Francesco Maria de Medici, figlio di Maria Eleonora che era sorella dei due precedenti Marchesi. Questa aveva sposato un altro Medici, Giuliano che era il discendente diretto di uno dei figli del nonno del primo Marchese della Castellina. Con questa peripezia di matrimoni in famiglia il Marchesato della Castellina rimase alla famiglia Medici. I documenti non ci dicano chi fu il successore di questo Marchese, sappiamo però che nel 1793 aveva tale titolo un altro Francesco Maria de Medici che è probabilmente il nipote di quello investito nel 1738.
36 - Molti furono invece le comunità costituite dall’unione di più comunelli. Il nuovo Comune di Rosignano fu composto altre che dal Comune medesimo anche dai comuni di Vada, di Castelnuovo e di Nibbiaia; al Comune di Santa Luce fu aggregato il comunello di Pomaia; al Comune di Chianni fu aggregato quello di Rivalto e la tenuta di Montevaso che anche se non era un Comune aveva un’amministrazione propria. Sorte inversa toccò al Comune di Riparbella che fu unito in amministrazione a quello di Lari.
37 - Tale affermazione potrebbe far pensare che il Comune di Castellina si estendesse fin ai poderi della Vitalba ma non ci sono documenti che comprovino ciò.
38 - Il Botro di Collorsi o di Cellorsi è l’attuale botro del Confine.
39 - E’ l’attuale botro della Fonte del Doccio si chiamava del Lavatoio in quanto sul suo corso, indicativamente dove si trova adesso l’ex officina Giannotti, si trovavano i vecchi Lavatoi Pubblici che furono smantellati per motivi igienici durante l’epidemia di colera del 1855.
40 - Meglio noto come Botro della Buia.
41 - Con il termine diplomazia il Mariti si riferisce al complesso dei documenti riguardanti Castellina. E’ infatti la Diplomatica la scienza che studia e interpreta i documenti antichi e ne accerta l’autenticità e la provenienza.
42 - La Villa era il luogo dove abitavano i contadini di solito ben distinta sia dal Borgo che dal Castello.
43 - Oltre a quelli citati dal Mariti si sono trovati in seguito altri atti rogati o comunque riguardanti Castellina .
44 - Località posta nei sobborghi di Pisa.
45 - Gli statuti in questione sono visibili ancor oggi presso l’Archivio di Stato di Firenze nel Fondo archivistico “Statuti di Comunità autonome e soggette” n.180. Il fatto che anche il Mariti citi come primi statuti di Castellina quelli del 1545 (anche sono una rielaborazione di una prima stesura avvenuta nel 1519) fa pensare che la nostra comunità non si fosse mai munita di propri statuti in epoca medioevale e che quindi avesse provveduto a farlo solo quando lo fu imposto dal governo Fiorentino.
Di altro parere è il Carrai che riferisce come gli antichi statuti, pare del 1200, si trovassero negli archivi comunali e che siano stati poi smarriti. Personalmente sono di parere contrario per due motivi, se si guardano i comuni limitrofi la maggior parte di essi si dota di statuti in epoca abbastanza tarda (Rosignano 1427, Laiatico 1568, Lorenzana 1414, Riparbella 1484, ect.) inoltre in un inventario dell’Archivio Comunale compilato nel 1808, cioè circa 90 anni prima che il Carrai scrivesse la sua opera, non compare menzionato nessuno statuto del Comune.
46 - Cioè la Pesciera.
47 - Tenuta e Castello di Mele anticamente di proprietà dell’Arcivescovado di Pisa, fu causa di aspre lotte con il Vescovado di Volterra che ne rivendicava il dominio. Il castello era posto sull’odierno Poggio Mele, nel Comune di Riparbella.
48 - Le allivellazioni delle proprietà comunali e degli enti religiosi furono imposte dal Granduca Pietro Leopoldo I°. Nel secolo XVI° il Comune di Castellina Marittima possedeva ingenti proprietà che occupavano circa la metà del territorio comunale. Prima della fine del secolo scorso tutte le proprietà terriere erano state allivellate e poi progressivamente cedute agli affittuari.
49 - Non si menzionano le miniere di rame forse perché alla data della visita del Mariti la sua estrazione non era ancora iniziata.
50 - Si tratta dell’omonima Chiesina di S. Giovanni .
51 - Questa descrizione ci da la conferma che l’edificio odierno della Chiesa di S.Giovanni non è altro che la ricostruzione dalle fondamenta dell’antico edificio. Fu infatti il Cav. Augusto Bartolini , su volontà testamentarie del padre, che la fece ricostruire nel 1863, sulle fondamenta della costruzione precedente seguendo i canoni stilistici propri delle chiese di quel periodo.
52 - I documenti disponibili non sembrerebbero comprovare quanto asserisce il Mariti. Le prime notizie della Chiesa di S.Giovanni risalgono solo al 1196, più probabile far risalire la costruzione di quest’ edifici al secolo XII°..
53 - Di questa scoperta è citata anche il Repetti ma con meno dovizia di particolari. Queste notizie non fanno altro che confermare l’ipotesi che presso Spicciano si doveva trovare in epoca antica un insediamento di una certa consistenza, forse legato all’estrazione dell’ alabastro. C’è da notare che lo stesso nome della località tradisce la sua antica origine, infatti Spicciano ( come la maggior parte dei nomi terminanti in -ano, anus ) derivano da un personale latino cioè dal nome di un antico colono proprietario di tale fondo. Nel nostro caso potrebbe essere un ipotetico Sulpicius o Adulpicius. E’ chiaro che tale denominazione si acquisii in epoca romana, forse nel periodo della colonizzazione dell’ ager pisano, ma è evidente che il nuovo insediamento insisteva su una di più antica origine come lo dimostrano i reperti Etruschi menzionati dal Mariti.
54 - Da una breve ricerca pare che questo materiale sia andato disperso col tempo probabilmente intorno al 1830 a causa di un tracollo economico patito dalla famiglia Venerosi-Pesciolini.
55 - Si trattava effettivamente di un antico edificio religioso e più precisamente della Chiesa Curata di S.Bartolomeo di Spicciano. La prima menzione di essa la ritroviamo in un documento del 1274 che cita un pezzo di terra a confine “...in loco dicto Sancto de Spicciano et tenet unum caput in ecclesia predicta de Spicciano”. La Chiesa doveva essere comunque completamente in rovina già nel XV° secolo poiché non è mai menzionata in nessuna delle visite pastorali o in altri cataloghi di chiese.
56 - Si trattava di una delle molte cave di alabastro che furono aperte nella zona tra la fine del 700 e la prima metà del secolo successivo. Alcune delle gallerie di accesso a queste cave sono tuttora chiaramente visibili.
57 - La Frazione delle Badie del Comune di Castellina Marittima prende il nome proprio da questi due monasteri che in quanto Abbadie cioè rette da un abate, furono chiamate appunto le Due Badie.
58 - Il Pastorale e la Mitra sono i simboli dei privilegi abbaziali.
59 - La presenza di questi manufatti di antica data a fregio dell’edificio fa supporre che il complesso monastico fu costruito nelle vicinanze di rovine di un edificio più antico. Alcuni storici e in particolare E. Fiumi sostengono che l’antico edificio in questione poteva essere una delle stazioni di sosta presenti lungo la via consolare Emilia. Più precisamente il Fiumi ipotizzò che si trattasse del Mansius Velinis che sulla Tavola Peutingeriana (una copia del IX secolo di uno stradario di epoca romana) era indicata lungo la Via Emilia di Scauro nei pressi del fiume Fine.
60 - Alcuni di questi fregi sono ancora visibili incastonati nelle pareti di alcune casa costruite nei pressi del monastero; in particolare presso il Pod. Aia delle Cipolle e il Pod. Dispensa.
61 - Questo è uno dei pochi oggetti di attinenza dell’edificio religioso ancora visibile lì dove si trovava originariamente.
62 - Le prime notizie su questo monastero risalgono al 1034, forse possiamo far risalire la sua fondazione al X° secolo.
63 - E’ di fatto.
64 - Vedi nota n.61.
65 - Un non meglio precisato ritrovamento di alcuni resti di una villa romana avvenuto nei pressi del Terriccio è citato dal N. Toscanelli in “Pisa nell’antichità” pag.661.

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